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DiGiacomo Trapani

Malattia parodontale e diabete: linee guida

European Federation of Periodontology (Efp) e la International Diabetes Federation (Idf) hanno prodotto un documento di linee guida rivolto a medici, odontoiatri e pazienti, con lo scopo di migliorare la prevenzione.

Nel cinquantesimo rapporto CENSIS di dicembre 2016 viene riportato un dato impressionante: 11 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato nel 2016 alcune prestazioni sanitarie e tra queste spiccano le cure odontoiatriche. È un esito negativo in costante aumento negli anni della crisi economica: la quota di popolazione che durante il 2013 si è rivolta al dentista o all’ortodontista e’ pari al 37,9% dal 39,3% del 2005 mentre aumenta dal 24,0% al 29,2 % la percentuale di persone che hanno dilazionato le visite in un arco temporale più lungo , da 1 a 3 anni , riducendo anche il numero dei trattamenti effettuati ( il 70,7% nel 2013 , 49,3% nel 2005 ) .

Sempre nel 2013 il 12% delle persone di 14 anni e più ha rinunciato , nei 12 mesi precedenti a una visita odontoiatrica o a trattamenti per motivi economici . Sul totale di chi rinuncia alle visite con maggiore età di 14 anni , i motivi economici incidono per l’85,2% . Le visite per la prevenzione o per la pulizia dei denti professionale sono solo il 16,1% nel meridione la metà di quella del nord ( 30,7%) . Tutti gli indicatori di accesso alle cure della salute orale indicano disuguaglianze sociali consistenti : il ricorso al dentista supera il 50% tra le persone con titolo di studio alto e scende del 27,6% tra chi ha conseguito al massimo la licenza  media .

Questo dato permane anche nei bambini dai 3 ai 14 anni ( il 41,5% non è mai andato dal dentista se i genitori hanno al massimo la licenza media , tra i bambini stranieri il 46,3%. Le persone anziane senza alcun dente naturale sono il 17,9% tra coloro che hanno almeno la laurea e il 41,6% tra quanti hanno un basso titolo di studio .

È noto come l’assistenza odontoiatrica nel nostro paese rappresenti il settore in cui il SSN ha tradizionalmente avuto un impegno limitato , nonostante le molteplici implicazioni di carattere sanitario e sociale con una quantità di prestazioni erogate nel settore pubblico tra i livelli più bassi in Europa: il 0,6% visite per abitante per anno , a fronte di 1,8% visite in Belgio , 1,4% in Germania e 2,1% in Olanda. È indubbio che promuovere e favorire programmi di prevenzione e cura delle patologie più diffuse della bocca rappresenta una misura fondamentale in termini di efficacia e favorevole rapporto costi -benefici , considerando anche che diversi fattori di rischio per le malattie del cavo orale ( batteri alimentazione non adeguata fumo stili di vita scorretti ) sono comuni ad altre malattie cronico degenerative e quindi la prevenzione va considerata come un’azione più ampia di promozione della salute globale del cittadino . 

Diabete e Parodontite 

 Il Documento congiunto AMD SID SIDdP Società italiana di paradontologia e Impiantologia evidenza come diabete e parodontite siano due patologie correlate al punto che è stata teorizzata una relazione a due vie : il soggetto con parodontite ha una tendenza a sviluppare il diabete. L’associazione tra diabete e malattie parodontali è ben consolidata. Il diabete è un fattore di rischio per la malattia parodontale , con i pazienti diabetici che presentano una prevalenza maggiore rispetto agli adulti sani . Diversi meccanismi coinvolti nella patogenesi del diabete sono stati associati con la progressione della malattia parodontale e i dati attuali supportano la conclusione che i pazienti diabetici sono ad aumentato rischio di malattie parodontali , e che i pazienti con diabete scarsamente controllato sono a rischio di grave parodontite .

Ciò comporta la distruzione di tessuto connettivo orale e perdita ossea generalizzata che conduce infine alla perdita dei denti. Più recentemente questa correlazione è stata stimata da due review e una, in particolare, ha valutato come gli outcome positivi del trattamento della parodontite sul controllo metabolico rilevino una riduzione dell’emoglobina glicosilata dello 0.36% a tre mesi . Un altro lavoro di revisione del 2013 ha rafforzato l’esistenza del legame tra parodontite e diabete tipo 2 , mentre sul diabete tipo 1 la correlazione sta emergendo negli ultimi anni ,e sul diabete gestazionale i dati sono ancora insufficienti.

Un altro studio ha invece esaminato la correlazione tra parodontite, eduntilia, e sviluppo di macroalbuminuria , e insufficienza renale terminale , giungendo alla conclusione che l’incidenza di macroalbuminuria aumentava con l’aumento della gravità della parodontite e la più alta incidenza era il gruppo di persone edentuli .                                 

PREVENZIONE  

L’educazione per la prevenzione delle malattie dei denti si basa innanzi tutto sulla corretta igiene del cavo orale . La carie è definita una malattia a eziologia multifattoriale , localizzata , cronico degenerativa post eruttiva che interessa il tessuto duro dentale determinandone la distruzione con formazione di cavità e può essere causa di processi infettivi come l’ascesso periapicale . Tra i fattori di rischio dello sviluppo della malattia cariosa : una flora batterica cariogena adesa alla superficie dentale ( biopellicola ) una dieta ricca di carboidrati fermentabili e ridotte difese intrinseche dell’ospite.

La placca dentale o placca batterica , in 1mm3 del peso di circa 1mg ospita circa 108 batteri oltre 300 specie diverse e numerosi studi clinici , hanno provato in maniera convincente che la regolare rimozione quotidiana della placca dentale nella maggior parte dei pazienti previene le malattie dentali . Infatti lo spazzolino manuale di tutte le superfici  dei denti , da eseguire senza esercitare una forza eccessiva che potrebbe causare danni di erosione e abrasione , consente la rimozione del 78% della placca dentale.

La relazione tra zuccheri fermentabili assunti e saccarosio , glucosio , maltosio , lattosio e fruttosio è stato messo in relazione con l’alta incidenza di carie in diversi studi clinico epidemiologici e con un diverso grado di cariogenicita’ . Il saccarosio sembra giochi un ruolo cruciale nello sviluppo della carie perché oltre alla fermentazione con produzione di acidi deboli risulta essere in grado di produrre glucani insolubili . Ma l’elemento più importante nella genesi della patologia cariosa non sarebbe la dose di carboidrati assunta complessivamente ma la frequenza con la quale questi vengono assunti : infatti l’elevata frequenza aumenta la probabilità di carie.

La distruzione permanente dell’architettura del dente avviene attraverso una cascata di eventi che originano dalla fermentazione dei carboidrati, attraverso processi di fermentazione , formazione di metaboliti acidi , demineralizzando smalto e dentina e successiva disgregazione della componente organica del tessuto dentale.

Un ruolo importante giocano le variabili riguardanti l’ospite , in particolare la saliva , ma anche l’azione meccanica della lingua e le difese immunitarie proprie del cavo orale. Studi recenti hanno evidenziato come negli adulti l’uso di paste dentifricie fluorate diminuiscano sensibilmente la formazione di nuove carie , con riduzione del 33,3% rispetto al placebo . L’approccio sistematico all’utilizzo di paste dentifricie a base di fluoro insieme all’introduzione di programmi di sensibilizzazione e informazione nelle famiglie e nei luoghi di lavoro rappresenterà un adeguato fattore di protezione e prevenzione della patologia cariosa , così come l’uso dello spazzolino elettrico . 

A livello di cavo orale , il diabete mellito comporta una maggior suscettibilità a gengiviti e par odontopatia , oltre che di alterazioni della produzione e composizione salivare . Queste manifestazioni sono più frequenti e severe in caso di pazienti scompensati o con scarso livello di igiene orale. Inoltre in alcuni studi è stato rilevato che i bambini diabetici sono suscettibili di candidosi orali pseudomembranose indotte dallo squilibrio dell’ecosistema orale e dalla xerostomia . Le infezioni costituiscono ancora oggi una delle principali cause di ricovero ospedaliero e di mortalità nei pazienti con diabete mellito sia di tipo 1 che di tipo 2 . Le evidenze sui risultati della prevenzione per la salute dei denti in termini di costi e di conservazione di un apparato boccale sano , dovrebbe spingere il sistema sanitario a investire di più nella prevenzione e in particolare su quelle figure sanitarie come gli infermieri che hanno la prevenzione e l’educazione alla popolazione sana e non.

Le linee guida

In questo scenario, che tuttora presenta lacune da colmare, ma nel quale il collegamento tra malattia parodontale e diabete appare ormai assodato, la European Federation of Periodontology (Efp) e la International Diabetes Federation (Idf) hanno prodotto un documento di linee guida (link sotto)  rivolto a medici, odontoiatri e pazienti, con lo scopo di migliorare la prevenzione, far sì che le diagnosi siano formulate sempre più precocemente e trattare nel modo migliore i pazienti che soffrono di entrambe le patologie.

In particolare, gli esperti raccomandano che medici e dentisti si attivino per fornire una formazione di base sulla salute orale a tutti i pazienti diabetici. Chiunque soffra di qualche forma di diabete mellito deve sapere che il suo rischio di contrarre malattia parodontale è aumentato, che la parodontite non trattata ha un impatto negativo sul controllo metabolico e può anche aumentare il rischio di complicanze del diabete, come malattie cardiovascolari e renali. Alle persone con diabete, i medici dovrebbero dunque chiedere di rivolgersi all’odontoiatra per verificare la presenza di parodontite. Anche se non viene diagnosticata alcuna parodontite, si raccomanda un controllo parodontale annuale.

Oltre alla malattia parodontale, i pazienti con diabete devono essere informati che possono essere soggetti ad altre condizioni orali come la secchezza delle fauci e la sindrome della bocca che brucia; inoltre, sono ad aumentato rischio di infezioni fungine orali e sperimentano una guarigione delle ferite peggiore rispetto a quelli che non hanno il diabete. Infine, le persone diabetiche con un’estesa edentulia dovrebbero essere incoraggiate a sottoporsi a una riabilitazione dentale per ripristinare un’adeguata masticazione.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29208508

 

DiGiacomo Trapani

Diabete e salute orale, una relazione pericolosa.

Al via la campagna informativa Fand-Aiop sull’impatto del diabete sulla bocca. Annunciata una partnership grazie alla quale le due associazioni daranno vita a una serie di iniziative di carattere educativo.

Numerose evidenze scientifiche confermano che la ‘malattia del sangue dolce’ può avere importanti complicanze sulle condizioni dei denti e della bocca ma solo il 42 per cento dei pazienti ne è consapevole e il 49 per cento non ha mai ricevuto informazioni in proposito. Questo nonostante il 28,5 per cento definisca ‘problematica’ la propria salute orale, il 76 per cento abbia perso uno o più denti naturali e molti si siano ritrovati a convivere con sanguinamenti (43 per cento) o retrazioni gengivali (27,4 per cento), secchezza delle fauci (35,6 per cento), alitosi (25,6 per cento), ulcere della mucosa (20,4 per cento). È il quadro che emerge da un’indagine presentata oggi a Milano e condotta dall’Associazione Italiana Diabetici (Fand) in collaborazione con l’Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica (Aiop), su 270 italiani di età superiore ai 30 anni, affetti da diabete di tipo 1 e 2. Per promuovere una maggiore consapevolezza sul tema, favorendo comportamenti utili alla prevenzione e cura delle patologie orali, gli specialisti dell’Accademia hanno stilato un decalogo rivolto alle persone diabetiche e, a breve, partirà la campagna informativo-educativa Fand-Aiop ‘Il diabete e i miei denti’. L’iniziativa prevede la diffusione di materiale divulgativo sui rispettivi siti web e in tutte le sedi dell’Associazione pazienti, incontri formativi promossi sul territorio, con la partecipazione dei dentisti Aiop, e consulenze telefoniche gratuite fornite dagli odontoiatri ai soci Fand.

“Già nel 2012 – spiega Albino Bottazzo, presidente Fand – il Piano Nazionale Diabete aveva introdotto le patologie del cavo orale tra le aree prioritarie su cui intervenire per migliorare l’assistenza, evidenziando quanto l’educazione odontoiatrica del paziente diabetico fosse attuata con scarsa sistematicità e auspicando la promozione di interventi formativi precoci. Fand, il più grande gruppo rappresentativo di persone diabetiche in Italia, ha così ritenuto importante siglare una partnership con Aiop, per ampliare le conoscenze dei propri associati circa la stretta correlazione che esiste tra diabete e salute della bocca. Innanzitutto – continua Bottazzo – abbiamo realizzato un’indagine conoscitiva, somministrando un questionario ai soci Fand nelle diverse sedi regionali, per fotografare il livello attuale di consapevolezza. I risultati dimostrano chiaramente la disinformazione dei pazienti sull’argomento: è pertanto urgente avviare una campagna educazionale che affronti il tema in modo organico e scientifico. Grazie alla collaborazione con Aiop, ci auguriamo di poter colmare un vuoto informativo, finora mai affrontato nel nostro Paese in maniera strutturata”.

Entrando nel dettaglio della survey, l’82 per cento dei pazienti diabetici dichiara di avere da tempo un dentista di fiducia ma il 36 per cento ha con lui un rapporto saltuario e vi si reca con una frequenza uguale o addirittura superiore ai 2 anni. Solo un 24,5 per cento di ‘virtuosi’ si sottopone a un controllo ogni 6 mesi. Tra i meno assidui, spiccano proprio coloro che hanno la bocca in condizioni peggiori: il 20 per cento non vede l’odontoiatra da oltre 5 anni. Si tende così a trascurare l’importanza della prevenzione: attraverso l’esame del cavo orale, uno specialista attento potrebbe anche intercettare segni di pre-diabete e contribuire a diagnosticare precocemente la patologia. Nel percepito degli intervistati, le complicanze più frequenti del diabete sono a carico degli occhi (76 per cento), dei piedi (65,6 per cento) e del cuore (63,7 per cento); quelle che interessano denti e gengive risultano essere le meno citate (42,2 per cento), a conferma di una scarsa presa di coscienza del problema. Quasi 1 paziente su 4 ritiene che i diabetici non necessitino di controlli più frequenti dal dentista. Il 43,4 per cento pensa che la sua condizione richieda al dentista modalità di intervento differenti da quelle normalmente adottate e un 50 per cento non sa se l’inserimento di un impianto dentale sia controindicato in caso di diabete non compensato. L’accorgimento più adottato per la cura della bocca è lavare i denti a fine pasto (76,3 per cento); solo 1 su 4 usa spesso il filo interdentale e 1 su 5 esamina con cura il cavo orale.

“In quanto associazione scientifica che persegue la promozione della salute orale e dentale, Aiop è da tempo impegnata in iniziative volte a educare i cittadini – dichiara il presidente Aiop Paolo Vigolo – La collaborazione con FAND rappresenta per noi un significativo passo avanti in questa direzione. La survey ha svelato una sostanziale mancanza degli strumenti cognitivi indispensabili alla persona diabetica per preservare nel tempo l’integrità della sua bocca. L’odontoiatra deve contribuire a colmare queste lacune, supportando i pazienti con le competenze scientifiche necessarie a gestire le manifestazioni orali della malattia ma anche con sensibilità e grande disponibilità alla comunicazione. Le persone con diabete – prosegue Vigolo – presentano una scarsa resistenza ai batteri e una ridotta salivazione, in particolare quando il controllo glicemico è subottimale. Ciò le rende più vulnerabili allo sviluppo di secchezza delle fauci, infezioni orali, micosi, infiammazioni gengivali, parodontite: condizioni che, a loro volta, possono innalzare la glicemia. È bene tuttavia spiegare al paziente che i suoi denti si possono curare con le stesse probabilità di successo che ha la popolazione generale, purché ci si rechi regolarmente dall’odontoiatra, per prevenire e gestire per tempo le eventuali complicanze. Se il diabete è ben compensato, inoltre, si possono inserire con buoni risultati anche gli impianti dentali”.

Per quanto riguarda lo stato di salute orale dichiarato, se il 43,7 per cento degli intervistati lo reputa ‘soddisfacente’, il 28,5 per cento arriva a definirlo ‘problematico’ e per un 27,8 per cento è ‘buono’. La perdita dei denti è un fenomeno pervasivo: solo il 21 per cento dei diabetici afferma di avere una dentatura ancora intatta. Il 33 per cento ha perso da 4 a 6 elementi dentali, al 32,4 per cento ne mancano 2 o 3, al 10,6 per cento da 7 a 10. Il 10 per cento è completamente edentulo. Ciononostante, il 22,3 per cento non ha reintegrato i denti mancanti con una protesi e il 27,7 per cento ha scelto di rimpiazzarne solo alcuni. “Le persone diabetiche sono più soggette alla perdita di elementi dentali, spesso come conseguenza di gengiviti e parodontiti trascurate – puntualizza Costanza Micarelli, consigliera Aiop – La mancata sostituzione dei denti persi peggiora la funzione masticatoria e può compromettere la capacità di alimentarsi correttamente, fondamentale per il controllo glicemico. Non solo: una bocca sana con una masticazione efficiente è un fattore essenziale per prevenire diverse patologie sistemiche e rallentare alcune forme di decadimento cognitivo legato all’età. L’importanza della salute orale come parte integrante del benessere generale dell’individuo è riconosciuta a tutti i livelli. Ciò vale ancor più per i diabetici, che devono prestare maggiore attenzione alla loro bocca e richiedono una collaborazione più stretta tra dentisti e medici curanti: un diabete ben compensato contribuisce a una bocca sana ma è altrettanto vero che una buona salute orale favorisce un migliore controllo della malattia. Il reintegro dei denti persi diventa così un elemento chiave nel diabetico, che va affrontato creando un’alleanza medico-paziente essenziale per la gestione della salute orale e generale”.

La survey si è focalizzata anche sui bisogni informativi dei pazienti. A quasi 1 diabetico su 2 nessuno ha mai parlato delle complicanze che la malattia può causare al cavo orale e delle precauzioni utili a prevenirle. Chi ha ricevuto delucidazioni, indica come fonti principali il dentista (51,4 per cento) e il diabetologo (49,3 per cento), seguiti dall’associazione pazienti (32,6 per cento) e dal medico di medicina generale (19,6). C’è però qualcuno che si affida a stampa e web (13 per cento) o a parenti e amici (5,8 per cento), con il rischio di incorrere in fake news e informazioni non certificate. Il 77 per cento del campione vorrebbe comunque maggiori ragguagli, soprattutto dal diabetologo (65,7 per cento), dall’odontoiatra (63,3 per cento) e dal medico di famiglia (36,7 per cento). Paradossalmente, tra i meno interessati ci sono, per un 30 per cento, proprio i soggetti con una bocca ‘problematica’.

Nel complesso, l’assistenza prestata dal dentista e la sua attenzione alla persona diabetica viene giudicata ‘buona’ o ‘molto buona’ dal 55,6 per cento dei pazienti; un 12,2 per cento tuttavia non si esprime, probabilmente perché si rende conto di non avere gli strumenti idonei per poter valutare. Secondo il dichiarato degli intervistati, pochi specialisti hanno in studio un glucometro (11,9 per cento) o i presidi per gestire una crisi ipoglicemica grave (10,4 per cento). Al 36,3 per cento del campione, inoltre, l’odontoiatra non ha mai posto domande sul profilo glicemico né sulla terapia che segue per controllare il diabete (33,7 per cento). Concludendo, nonostante la soddisfazione espressa degli intervistati sull’operato del dentista, si evincono aree di miglioramento anche tra gli addetti ai lavori. Sembra emergere che diversi specialisti non si siano ancora organizzati in studio, per gestire eventuali emergenze sul paziente diabetico, e non si informino sulla terapia che quest’ultimo segue né sulla sua capacità di controllare la glicemia: aspetti fondamentali per prestare un’adeguata assistenza odontoiatrica. Con l’obiettivo di aiutare le persone con diabete a prendersi cura della propria salute orale e, al tempo stesso, migliorare la loro relazione con il dentista di fiducia, Aiop ha stilato uno specifico decalogo. (EUGENIA SERMONTI)

Decalogo Aiop per il paziente diabetico

1.   Il paziente diabetico ha fattori di rischio più alti per l’insorgenza di patologie orali e parodontali, ma può curarle efficacemente se diagnosticate per tempo.

2.   È fondamentale che il diabetico controlli adeguatamente le infezioni orali: i denti irrimediabilmente compromessi da carie o parodontite devono essere estratti e possono essere sostituiti da impianti, in un piano di trattamento che assicuri una buona funzione masticatoria.

3.   In caso di terapie odontoiatriche, il dentista deve spiegare al paziente nei dettagli il piano di trattamento, il numero di interventi necessari, il risultato atteso e deve sapere qual è il suo grado di controllo della glicemia e dei fattori di rischio.

4.   Il diabetico portatore di protesi fissa può avere un rischio di infezioni ancora più elevato, se le sue protesi non sono eseguite correttamente e, quindi, favoriscono l’accumulo di placca batterica.

5.   I materiali protesici non sono tutti uguali: chiedete al vostro dentista quale utilizzerà e fatevi consegnare il certificato di conformità protesico e il certificato implantare.

6.   La persona con diabete va frequentemente incontro anche ad altri disturbi, come la ridotta produzione di saliva. Chiedete al vostro dentista consigli alimentari o farmacologici, per contenere l’aumento dell’acidità e mantenere le mucose ben idratate.

7.   Il paziente diabetico può sviluppare lesioni delle mucose orali: è fondamentale che le protesi sia fisse che rimovibili non presentino zone che irritano le mucose.

8.   La persona diabetica è più suscettibile alle infezioni da funghi. L’igiene orale e l’igiene delle protesi devono essere curate con la massima attenzione.

9.   Per tutti i pazienti, ma in particolare per i diabetici, è necessario che il dentista controlli in modo regolare e sistematico tutto il cavo orale, registrando eventuali variazioni dello stato di salute.

10. Il paziente diabetico può fare anestesia normalmente e inserire impianti, se la glicemia è ben controllata.

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Più della metà dei pazienti con problemi cardiologici continua a fumare dopo il ricovero in ospedale.

Più della metà dei pazienti cardiopatici continua a fumare dopo il ricovero ospedaliero. Lo rivelano i risultati del sondaggio EUROASPIRE V presentato oggi al congresso EuroPrevent 2018 organizzato dalla Società Europea di Cardiologia (ESC). Inoltre, quasi la metà dei pazienti obesi non ha piani per la perdita di peso.

EUROASPIRE è una serie di indagini trasversali sulla prevenzione cardiovascolare in Europa, condotte nell’ambito dell’iniziativa EORP dell’ESC.

EUROASPIRE V ha esaminato i fattori di rischio cardiovascolare in 8.261 pazienti con cardiopatie coronariche accertate provenienti da 27 paesi, tra giugno 2016 e settembre 2018. I pazienti sono stati intervistati ed esaminati clinicamente per un periodo compreso fra sei mesi a due anni (mediana 1,12 anni) dopo il ricovero per un evento coronarico acuto o una rivascolarizzazione coronarica.
Quasi una paziente su quattro (26%) nello studio era di sesso femminile, l’età media dei partecipanti allo studio era di 64 anni, e un terzo aveva meno di 60 anni.

Un anno dopo l’infarto, oltre la metà (55%) dei pazienti che fumavano prima del ricovero in ospedale fumava ancora (quasi un quinto di tutti i partecipanti allo studio).

Kornelia Kotseva, presidente del comitato direttivo EUROASPIRE dell’Imperial College di Londra, Regno Unito, ha dichiarato: “Il fumo è ancora un problema grave nei pazienti ricoverati per malattie cardiache, soprattutto nei pazienti più giovani”.

Circa il 38% dei pazienti era obeso (indice di massa corporea pari o superiore a 30 kg/m2 ), con percentuali comprese fra il 16% della Serbia al 47% in Lituania. Di coloro che erano obesi, il 45% non aveva piani per la perdita di peso e al 25% non era mai stato detto che avevano un problema di peso. Più della metà dei pazienti (59%) era centralmente obesa (circonferenza della vita 88 cm o superiore nelle donne e 102 cm o superiore negli uomini).

La prevalenza di ipertensione (140/90 mmHg o superiore e 140/80 mmHg o superiore nei pazienti diabetici) era del 46% (range 31-57%), mentre il 12% dei pazienti presentava una pressione sanguigna pari o superiore a 160/100 mmHg.

I farmaci antipertensivi venivano utilizzati nel 78% dei pazienti (range 49-83%), di cui il 49% aveva una pressione arteriosa sotto controllo (inferiore a 140/90 mmHg e inferiore a 140/80 mmHg nei pazienti diabetici).

Circa il 29% dei pazienti ha riferito di avere il diabete, ma solo il 54% di questi pazienti presentava HbA1c meno del 7%, il che significa che il diabete era ben controllato. Oltre a quelli con diabete noto, un test di tolleranza al glucosio per via orale ha rivelato che il 12% dei pazienti aveva un diabete appena diagnosticato, il 18% aveva una ridotta tolleranza al glucosio e il 10% aveva una glicemia a digiuno alterata.

A meno della metà (46%) dei pazienti è stato consigliato di partecipare a programmi di riabilitazione cardiaca (range 0-84%), e solo il 32% ha partecipato almeno alla metà delle sedute. Il professor Kotseva ha dichiarato: “Alcuni paesi non dispongono di programmi di prevenzione secondaria e di riabilitazione, mentre in altri sono di prassi corrente. La maggior parte dei pazienti segue i consigli per partecipare a tali programmi, quindi la sfida è quella di ottenere una maggiore disponibilità e accesso per tutti i pazienti in Europa”.

Il professor David A. Wood, ricercatore principale di EUROASPIRE dall’Imperial College di Londra, ha dichiarato che «sono necessari programmi di prevenzione completi e multidisciplinari per tutti i pazienti con malattia coronarica. Abbiamo bisogno di team multidisciplinari che si occupino dello stile di vita, della gestione dei fattori di rischio e dell’uso efficace delle terapie farmacologiche cardioprotettive».

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Edema maculare diabetico, solo 8,6% pazienti a rischio fa controllo

Serve diagnosi precoce, nuove terapie migliorano qualità vita.

L’edema maculare diabetico è la più comune causa di perdita della vista nelle persone con diabete, ma solo l’8,6% dei pazienti ha effettuato un controllo della retina nell’ultimo anno. Fondamentale la diagnosi precoce, spiegano gli esperti. Trattamenti a lento rilascio come il desametasone possono diminuire la frequenza delle somministrazioni e incidere significativamente sulla qualità di vita dei pazienti. L’argomento è stato oggi al centro dell’incontro a Milano “Edema Maculare Diabetico: quando una complicanza diventa patologia”, appuntamento scientifico dedicato alla ricerca e alla pratica clinica nell’ambito delle patologie della retina. In Italia sono circa 200 mila le persone affette da edema maculare diabetico (emd), la più diffusa complicanza oculare legata al diabete e la principale causa di perdita della vista nella popolazione tra i 20 e i 64 anni. Una condizione che, per gravità ed impatto, rappresenta una vera e propria patologia. Il 30% della popolazione diabetica ha problemi alla retina, la retinopatia diabetica risulta una complicanza prevedibile e prevenibile. La prevenzione e una corretta gestione del diabete sono di primaria importanza per evitare l’insorgenza di complicanze anche gravi.
“L’edema maculare diabetico si manifesta con un calo progressivo della vista e una visione deformata (immagini ondulate, aree sfocate, macchie scure, alterazione dei colori), che impediscono lo svolgimento delle principali attività quotidiane”, spiega Francesco Bandello, dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, “una patologia sottostimata se si considera che oggi molti pazienti con diabete non sanno di avere questa complicanza e non sono stati diagnosticati”.
Per quanto riguarda il trattamento dell’emd, per molti anni il laser è stato l’unica cura disponibile. Adesso esistono terapie farmacologiche, inizialmente utilizzate per trattare la degenerazione maculare, che tengono sotto controllo l’edema e sono somministrate con iniezioni intravitreali in media con cadenza mensile, almeno durante i primi cicli di trattamento.

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Prevenzione del diabete mellito di tipo 2 e del cancro: possibile se avviene la trasformazione del grasso bianco in bruno

Prevenzione del diabete mellito di tipo 2 e del cancro

Circa l’ 85% dei soggetti obesi è affetto da diabete mellito di tipo 2. Il meccanismo cellulare che lega queste due patologie è stato scoperto nel 2005 da una collaborazione dell’Università Politecnica delle Marche e la Tuft University di Boston. In quel lavoro ( Cinti et al J Lip Res 2005 ) si evidenziava come la cellula adiposa del soggetto obeso moriva per eccesso di rigonfiamento.

La cellula adiposa bianca ( grasso bianco ) è sferica per contenere il massimo delle riserve energetiche e quando si ingerisce troppo cibo o si fa poca attività fisica tende a rigonfiarsi.
Tuttavia, la possibilità di gonfiarsi ha un limite, e oltrepassata una soglia la cellula adiposa va incontro a morte.

Rispetto alle altre cellule, le cellule adipose sono gigantesche soprattutto nei soggetti obesi e quando muoiono richiedono una quantità elevata di macrofagi per ripulire il tessuto.
I macrofagi vengono prodotti dal midollo osseo, circolano nel sangue e ripuliscono gli organi da qualunque materiale di scarto.

Un adipocita bruno trasformato in bianco e morente circondato dai becchini fisiologici (marrone)

Le cellule adipose morte dell’obeso provocano una importante infiammazione dell’organo adiposo e durante il riassorbimento delle cellule morte vengono prodotte sostanze tossiche che interferiscono con il recettore dell’insulina provocando insulino-resistenza con possibile sviluppo del diabete mellito.

Queste stesse sostanze tossiche sono anche responsabili di instaurare un terreno favorevole all’insorgenza di alcuni tipi di tumore che infatti risultano più frequenti nei soggetti obesi ( ad esempio dell’esofago, del colon, dell’utero e della mammella ).

L’associazione obesità-diabete è particolarmente frequente nei soggetti con eccesso di grasso addominale, e infatti il grasso addominale è sempre più infiammato nel sottocutaneo nei soggetti obesi.
Il motivo di questa maggiore propensione del grasso viscerale a morire e quindi a provocare una maggiore infiammazione non era noto.

Una recente ricerca, frutto della collaborazione tra Università italiane ( Politecnica delle Marche e Verona ) e l’Università di Graz e di Pittsburg, ha fornito una possibile spiegazione a questo enigma.
L’organo adiposo è composto anche da un altro tipo di cellula adiposa: la cellula adiposa bruna ( grasso bruno ) che ha una funzione completamente diversa dalla bianca. Essa brucia i grassi per produrre calore, quindi si attiva quando le persone si espongono al freddo.
La distribuzione del grasso bruno nell’uomo privilegia le sedi viscerali.

E’ stato ora scoperto ( Kotzbeck, Giordano et al J Lip Res 2018 ) che le cellule adipose brune di animali obesi si trasformano in bianche e sono particolarmente fragili e quindi muoiono facilmente provocando una intensa infiammazione responsabile poi sia del diabete che delle patologie tumorali.
Poiché il freddo e l’attività fisica promuovono l’attività del grasso bruno e addirittura la trasformazione del grasso bianco in bruno, risulta facile dedurre che esse sono anche importanti per la prevenzione del diabete e del tumore.

Lo studio è stato fatto su cavie animali, ma fino ad oggi, in questo campo tutte le scoperte fatte sui topi si sono poi rivelate applicabili anche agli esseri umani, ed è quindi altamente probabile che questo valga anche in questo caso.

Fonte: Università Politecnica delle Marche, 2018

DiGiacomo Trapani

Diabete: una scoperta inaspettata per prevenire la retinopatia, una complicanza del diabete

Diabete: una scoperta inaspettata per prevenire la retinopatia, una complicanza del diabete

La retinopatia diabetica è una delle complicanze diabetiche più invalidanti sia per i pazienti diabetici di tipo 1 che per quelli di tipo 2 colpiti dalla malattia. La retinopatia diabetica è una delle principali cause di cecità negli adulti.

Dai risultati di un nuovo studio della Michigan State University effettuati su un particolare tipo di lipidi buoni contenuti nella retina dell’occhio, si pensava esistesse solo nella pelle, invece è stato dimostrato essere presente anche nella retina dell’occhio e potrebbe giocare un ruolo importante nel prevenire la malattia oculare. Julia Busik, autrice principale dello studio e professoressa di fisiologia, ha dichiarato: “Il nostro studio presenta l’inaspettata scoperta che i collegamenti tra le cellule nei vasi sanguigni della retina contengono insoliti lipidi a catena lunga che possono impedire ai vasi di avere perdite, prevenendo potenzialmente la retinopatia diabetica”.

Nonostante i progressi compiuti nell’ultimo decennio nella comprensione dei meccanismi molecolari della malattia, la retinopatia diabetica non è ancora né prevenibile.

I vasi sanguigni nella retina sono collegati da strutture chiamate giunzioni strette, che fanno parte della barriera emato-retinica, una parete virtualmente impenetrabile. Busik ha dimostrato che queste strutture contengono lipidi a catena molto lunga, ossia lipidi allungati che sembrano rafforzare questa barriera.

Il diabete può esporre i vasi sanguigni ad alti livelli di glucosio e a quantità non salutari di lipidi che spezzano l’equilibrio dei nutrienti che sono trasportati in tutto il corpo. Busik ha spiegato: “Quando è sbilanciato, i vasi sanguigni hanno delle perdite e diventano deboli, portando allo sviluppo della retinopatia diabetica. Tuttavia, sembra che questi lipidi a catena lunga e gli enzimi che li producono possano proteggere la retina e i suoi vasi sanguigni”.

Nei casi di diabete, l’enzima ELOVL4 è soppresso dalla malattia, che riduce la sua abilità di produrre questi lipidi utili e di prevenire ulteriori danni. I prossimi passi per Busik saranno comprendere cosa questi lipidi possano davvero fare e come siano situati nelle giunzioni strette della retina per rendere possibili nuovi trattamenti, come iniezioni o colliri, ha spiegato la scenziata.

I lipidi hanno spesso una cattiva reputazione a causa della loro associazione con problemi di salute come colesterolo alto e malattie cardiache, ma Busik afferma: “Esistono lipidi buoni e lipidi cattivi. Noi abbiamo trovato lipidi buoni nell’occhio che hanno il potenziale di cambiare lo sviluppo della retinopatia diabetica”.

DiGiacomo Trapani

IPERGLICEMIA: UN RISCHIO COSTANTE

IPERGLICEMIA: UN RISCHIO COSTANTE

L’iperglicemia è il sintomo principale del diabete, malattia con cui convivono almeno 3 milioni di italiani[1]. Questa condizione è definita come un aumento della concentrazione del glucosio nel sangue, e, con il passare del tempo, può portare alla comparsa di complicanze molto pericolose per la salute[1].

LE CONSEGUENZE DEI DANNI AI VASI SANGUIGNI

Infatti l’iperglicemia, associata al diabete, può alterare il funzionamento di diversi organi. A correre i rischi maggiori sono gli occhi, i reni, il sistema nervoso, il cuore e i vasi sanguigni [1,2] I primi possono ritrovarsi alle prese con la retinopatia diabetica, patologia alla base della maggior parte dei casi di cecità nella popolazione adulta in età lavorativa[1]. A causarla sono i danni indotti dall’iperglicemia a livello dei capillari sanguigni presenti della retina; sono però anche altri i vasi sanguigni che possono essere danneggiati dall’iperglicemia, tanto che il 70% dei decessi nella popolazione diabetica sono associati proprio alle sue complicanze cardiovascolari, fra cui sembra essere inclusa l’aterosclerosi [1,2]. Inoltre, l’eccesso di glucosio nel sangue è dannoso anche a livello delle arteriole presenti nei reni. La sua conseguenza è la cosiddetta nefropatia diabetica, la seconda causa più frequente di insufficienza renale terminale1.

NERVI A RISCHIO

L’iperglicemia può inoltre danneggiare i nervi, scatenando le cosiddette neuropatie diabetiche. A farne le spese sono soprattutto gli arti inferiori, che, a causa dell’iperglicemia, possono trovarsi alle prese sia con problemi di motricità che con una riduzione di sensibilità. La situazione può essere ulteriormente complicata dai problemi vascolari causati dall’eccesso di zuccheri nel sangue e può sfociare nel cosiddetto piede diabetico, una condizione che, se non adeguatamente trattata, può portare alla comparsa di ulcere difficili da guarire che possono portare a gravi infezioni e amputazioni1.

DALLE INFEZIONI ALLA CHETOACIDOSI

L’iperglicemia aumenta anche il rischio di ritrovarsi alle prese con infezioni della pelle, ai denti e alle gengive [1,3]. Non solo, nel lungo termine l’eccesso di zuccheri nel sangue aumenta il rischio di cataratta, di problemi muscoloscheletrici e di chetoacidosi [4,5,6]. Quest’ultima, detta anche coma diabetico, è una condizione in cui l’iperglicemia è associata a una carenza di insulina che costringe l’organismo a ricavare energia dai grassi. In questa situazione vengono prodotti i cosiddetti chetoni, molecole che, accumulandosi nel sangue, mettono in serio pericolo la vita6. Se, invece, l’iperglicemia è dovuta a un errato funzionamento dell’insulina si può sviluppare la sindrome iperglicemica iperosmolare, altra condizione che può al coma [7].

L’IMPORTANZA DI UN INTERVENTO TEMPESTIVO

Per tutti questi motivi è importante riconoscere l’iperglicemia e trattarla il prima possibile. Fra i segnali che possono essere campanelli d’allarme della sua presenza sono inclusi l’aumento della frequenza della minzione e della sete [6]. In caso di dubbi è bene rivolgersi al proprio medico, che, se lo riterrà opportuno, prescriverà le analisi necessarie per confermare o smentire i sospetti.

[1] Ministero della Salute. “Piano sulla malattia diabetica”.

[2] Giquel J, Nieto M, Matadial C, Palermo C (2014) Cardiovascular Manifestations of Hyperglycemia: A Review Article. J Gen Practice :191.Benfield T, Jensen JS, Nordestgaard BG.

[3]Influence of diabetes and hyperglycaemia on infectious disease hospitalisation and outcome. Diabetologia. 2007 Mar;50(3):549-54.Mirsky N, Cohen R, Eliaz A, Dovrat

[4]Inhibition of diabetic cataract by glucose tolerance factor extracted from yeast. Exp Biol Med (Maywood). 2016 Jan 28.Lawrence H Wyatt LH and Ferrance RJ.

[5]The musculoskeletal effects of diabetes mellitus. J Can Chiropr Assoc. 2006 Mar; 50(1): 43–50.American Diabetes Association.

[6]“Hyperglycemia (High Blood Glucose)”Pasquel FJ and Umpierrez GE.

[7]Hyperosmolar Hyperglycemic State: A Historic Review of the Clinical Presentation, Diagnosis, and Treatment. Diabetes Care November 2014 vol. 37 no. 11 3124-3131

DiGiacomo Trapani

Cure odontoiatriche e diabete: estrazione denti, piorrea, igiene e impianti dentali

Il diabete è notoriamente una delle più comuni malattie croniche, al punto da essere uno dei problemi di portata internazionale con il quale la salute delle persone deve fare i conti in maniera sempre più seria e coscienziosa. Si prospetta che nel 2030 in tutto il mondo ci saranno 366 milioni di malati di diabete 2. In Italia la prevalenza di questa malattia è del 6%. Ecco perché gli odontoiatri devono saper trattare il diabete, così da poter curare i pazienti colpiti dalla patologia, i cui denti vengono erosi con molta più facilità di quanto non lo sarebbero in condizioni normali.

 

Diabete mellito e denti

 

Il diabete mellito, detto diabete di tipo 2, è una delle tipologie di diabete più diffuse. Esso riguarda infatti il 90% di tutti i diabetici. La sua associazione con malattie di tipo cardiovascolare è stata riconosciuta da molti studi scientifici, tra cui si ricorda il Nurses’ Health Study. Una corretta alimentazione e attività fisica costante contribuiscono ad alleviare i sintomi della patologia, e sono alla base del trattamento. Il paziente diabetico ha in genere meno difese delle altre persone. Di conseguenza è più esposto alla formazione della placca e ad infezioni varie. Il danno interessa principalmente le gengive. Una volta infiammate queste tendono a ritirarsi, l’osso a demineralizzarsi e il dente comincia a ballare; da qui alla caduta il passo è davvero breve.

Estrazione dentale di un diabetico: a rischio emorragia?

 

Bisogna sfatare il mito che l‘estrazione dentaria effettuata su un paziente diabetico porti all’insorgere di emorragie o altre simili cause. È chiaro però che il rischio operatorio del paziente affetto da diabete è più elevato rispetto a quello di un paziente sano. Inoltre, i pazienti diabetici devono sottostare a tempi molto lunghi per la guarigione delle ferite, ragione per cui si teme l’estrazione. Naturalmente bisognerà svolgere una visita di controllo preventiva, così da permettere al dentista di capire come agire, e quindi se sia necessaria o meno l’estrazione. E’ fondamentale portare i dati di tutte le analisi più recenti e fare in modo tale che l’odontoiatra e lo specialista diabetologo di riferimento , se necessario, possiamo parlarsi.

Diabete e anestesia locale

 

Non sono poche le persone che lamentano il fatto che l’anestesia locale possa avere un effetto iperglicemizzante sul paziente. Questo solitamente se la sessione dentistica è stata particolarmente intensa e impegnativa. In genere, ad ogni modo, l’anestesia locale non dovrebbe avere ripercussioni sulla salute del paziente.

Impianti dentali nei diabetici

Impianti dentali nei diabetici

L‘implantologia dentale è una terapia utilizzata da un numero sempre maggiore di dentisti per restituire ai pazienti la piena funzione masticatoria e migliorare l’estetica del sorriso. Anche per quanto riguarda i pazienti afflitti da diabete, gli interventi dentistici di questo tipo possono essere una soluzione indicata. I pericoli potenziali cui sono soggetti i pazienti diabetici a seguito di un trattamento di implantologia vanno dall’aumento del tempo di guarigione, fino a perimplantiti, a emorragie o allo shock iperglicemico. Questi pericoli possono essere gestiti correttamente con una serie di attente valutazioni preliminari, portando a risultati predicibili e di successo.

Diabete e piorrea (parodontite): che tipo di rapporto intercorre tra i due?

Diabete e piorrea parodontite

Quando la gengiva si ritrae staccandosi dal dente, si assiste alla formazione di una sacca gengivale all’interno della quale si sviluppa un altissimo contenuto batterico. L’infezione cronica nasce di conseguenza, spesso in maniera tale da impedire al paziente di accorgersene. A questo punto l’infezione interessa l’organismo, il quale rilascia ormoni iperglicemizzanti che portano all’iperglicemia.

Pazienti diabetici? Curate l’igiene dentale

Igiene dentale e diabete

Anche per i pazienti diabetici valgono le stesse regole che riguardano la salute orale delle persone sane: bisogna lavarsi i denti dopo ogni pasto, passare il filo interdentale, effettuare sessioni di detartrasi ogni sei mesi, curare l’alimentazione, fare sciacqui con il coluttorio.

Conclusioni

Il diabete è una malattia molto comune e diffusa. Se non trattata può portare all’insorgere di gravi complicanze, tra le quali, come abbiamo visto, patologie come la parodontite o gengiviti particolarmente dolorose. Effettuate sempre visite di controllo dai vostri dentista per evitare di correre il rischio.

fonte

DiGiacomo Trapani

Indagine IDF sulle misure da adottare per evitare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari nelle persone affette da diabete di tipo 2

IDF ha aperto un sondaggio che si concentra sul livello di consapevolezza e di conoscenza sulle misure da adottare per evitare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari nelle persone affette da diabete di tipo 2.

Per compilare il questionario (che è anonimo) servono 5’, essere on-line e cliccare sul link

https://www.idf.org/our-activities/care-prevention/cardiovascular-disease/taking-diabetes-to-heart/taking-diabetes-to-heart-survey/342-surveys/130-international-diabetes-federation-idf-survey-burning-questions-for-people-living-with-type-2-diabetes-3.html

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L’importanza della vaccinazione antinfluenzale per i pazienti diabetici

Domande e risposte a cura del Prof. Francesco Vitale

Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva – Università degli Studi di Palermo

Che cos’è l’influenza?

L’influenza è una malattia infettiva respiratoria acuta, nell’uomo causata dai virus dell’influenza di tipo A o B, che infettano le vie aeree (naso, gola, polmoni) e che circolano frequentemente durante la stagione invernale

La malattia è caratterizzata da esordio clinico brusco e da febbre elevata (>38.5°C), spesso con brividi, con sintomi respiratori (tosse, starnutazione, mal di gola, difficoltà respiratoria) e generali (cefalea, mialgie, astenia). La durata della malattia è di circa 5-7 gg e, nella maggior parte dei casi si risolve con la completa guarigione.

Spesso vengono impropriamente etichettate come “influenza” diverse affezioni delle prime vie respiratorie, provocate da altri virus o da alcuni batteri, che possono presentarsi con sintomi molto simili. L’influenza si tr asmette per via aerea, attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni respiratorie, in maniera: diretta (tosse, starnuti, colloquio a distanza molto ravvicinata) indiretta (dispersione delle goccioline e secrezioni su oggetti e superfici).

 Quali sono le complicanze da influenza?

Le complicanze dell’influenza possono essere causate da infezioni batteriche come polmoniti, sinusiti, otiti o ad un peggioramento di condizioni di salute preesistenti legate, ad esempio, a malattie croniche dell’apparato cardiovascolare, respiratorio o renale, o, soprattutto nei bambini, alle sinusiti e alle otiti. In generale, un soggetto “a rischio” che si ammala di influenza può peggiorare la sua condizione di fragilità e più frequentemente quindi andare incontro a complicanze.

 Come si previene l’influenza?
Prevenire l’influenza non è semplice perché i consigli generici, come adottare comportamenti di buon senso, consistenti nel coprirsi bene, evitare gli sbalzi di temperatura, lavarsi spesso le mani, coprire bene bocca e naso quando si starnutisce o tossisce, possono aiutare ma, in ultima analisi, non riescono ad evitare l’influenza. La vaccinazione antinfluenzale è invece il mezzo più sicuro ed efficace per prevenire l’influenza e le sue complicanze.
 In quale periodo è possibile vaccinarsi?
 La vaccinazione antinfluenzale è una strategia di prevenzione primaria che rinforza l’organismo facendogli produrre delle armi specifiche (cellule anticorpali) contro i virus influenzali e pertanto, deve essere effettuata prima che i virus influenzali comincino a circolare tra la popolazione. Poiché Il periodo in cui circolano maggiormente i virus influenzali è il periodo invernale e inizio primavera, il momento ideale per effettuare la campagna di vaccinazione antinfluenzale è compre so tra la metà di ottobre e la fine di dicembre

Perché un soggetto diabetico si dovrebbe vaccinare? A quali complicanze va incontro più frequentemente?

Il soggetto diabetico ha un aumentato rischio di ospedalizzazione da 3 a 6 volte maggiore di un sogget to non diabetico e di complicanze in seguito all’influenza. Le complicanze più frequenti sono lo scompenso del controllo glicemico e metabolico e la chetoacidosi, inoltre, il diabete compromette le capacità di difesa dell’organismo che è quindi meno in gr ado di combattere sia l’influenza che le infezioni secondarie come le polmoniti. E’ dimostrato che nei diabetici la vaccinazione consente di ridurre in maniera significativa i ricoveri per influenza e per sue complicanze durante le epidemie influenzali.

E sistono delle raccomandazioni ufficiali alla vaccinazione nei soggetti diabetici?

Il Ministero della Salute, in accordo con le raccomandazioni previste dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, offre ogni anno gratuitamente la vaccinazione influenzale a tutti i soggetti che per le loro condizioni personali corrano un maggior rischio di andare incontro a complicanze nel caso contraggano l’influenza. Proprio per quanto detto prima, i pazienti diabetici sono tra le principali categorie di pazienti consider ati come priorità di prevenzione (Circolare del Ministero della Salute “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2017 – 2018”).

Quali tipi di vaccino sono presenti in Italia?

I vaccini disponibili in Italia sono tutti cosiddetti “inattivati” e quindi non contengono particelle virali intere viventi o attive. Poiché i virus influenzali circolanti possono essere di tipo A (2 tipi diversi denominati H3N2 ed H1N1), e/o di tipo B (anche in questo caso 2 tipi diversi B Yamaga ta e B Victoria), i vaccini antinfluenzali sono disponibili come vaccini trivalenti, contenenti cioè due sottotipi di virus influenzale A e un solo tipo B, e dal 2014 anche come vaccini quadrivalenti per la prevenzione della influenza causata dai due sott otipi di virus influenzale A e da due di tipo B.

 A chi rivolgersi per effettuare la vaccinazione?

Per effettuare la vaccinazione si consiglia di prendere contatto con il proprio Medico di Medicina Generale o con il Servizio Vaccinale (Dipartimento di Pre venzione) dell’ Azienda Sanitaria di appartenenza.

 Quali sono le controindicazioni alla somministrazione del vaccino antinfluenzale?

Il vaccino antinfluenzale non deve essere somministrato a:

– Lattanti al di sotto dei sei mesi (per mancanza di studi clin ici controllati che dimostrino

l’innocuità del vaccino in tali fasce d’età)

– Soggetti che abbiano manifestato una reazione allergica grave (anafilassi) dopo la

somministrazione di una precedente dose o una reazione allergica grave (anafilassi) a un

compon ente e/o eccipiente del vaccino.

 Una malattia acuta di media o grave entità, con o senza febbre, costituisce una controindicazione temporanea alla vaccinazione, che va rimandata a guarigione avvenuta.
 False controindicazioni

– Allergia alle proteine del l’uovo, con manifestazioni non anafilattiche

– Malattie acute di lieve entità

– Allattamento

– Infezione da HIV e altre immunodeficienze congenite o acquisite

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