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DiGiacomo Trapani

Diabete tipo 1: Studio americano invita ad una alimentazione con pochi di carboidrati

Uno Studio americano invita ad una alimentazione con pochi carboidrati

Pubblicato sulla Rivista Pediatrics

La ricerca è stata condotta dai ricercatori del Boston Children’s Hospitalche hanno reclutato alcune centinaia di soggetti dal gruppo Facebook TypeOneGrit, formato da genitori i cui figli seguivano una dieta ‘very low carb’ descritta in un libro pubblicato da Richard Bernstein, uno degli autori. Per 138 pazienti, il 42% dei quali bambini, è stato possibile confermare sia la diagnosi che le misure di controllo della glicemia attraverso una cartella clinica elettronica. I partecipanti hanno riportato un consumo di carboidrati di 36 grammi al giorno, il 5% delle calorie totali invece del 45% raccomandato dalle linee guida internazionali.

Il valore dell’emoglobina glicata, uno dei principali metodi di controllo del glucosio, è risultato del 5,67%, mentre in media per un paziente è dell’8,2% e l’obiettivo delle terapie è portarla sotto il 7%. Sempre secondo il report dei partecipanti al gruppo ai pazienti a dieta era necessaria una dose di insulina più bassa della media, e anche i livelli di sensibilità all’insulina e di altri parametri sono risultati più vicini alla norma. Al momento lo studio è solo osservazionale, spiegano gli autori-, ma l’ipotesi merita dei test clinici approfonditi. Quindi raccomandano ai pazienti con diabete di modificare la propria dieta solo dopo averne parlato con proprio medico di famiglia.

Il diabete di tipo 1 è una forma di diabete che si manifesta prevalentemente nel periodo dell’infanzia e nell’adolescenza, anche se non sono rari i casi di insorgenza nell’età adulta. Per questa ragione fino a poco tempo fa veniva denominato diabete infantile. Il diabete mellito di tipo 1 rientra nella categoria delle malattie autoimmuni perché è causata dalla produzione di autoanticorpi (anticorpi che distruggono tessuti ed organi propri non riconoscendoli come appartenenti al copro ma come organi esterni) che attaccano le cellule Beta che all’interno del pancreas sono deputate alla produzione di insulina. Come conseguenza, si riduce, fino ad azzerarsi completamente, la produzione di questo ormone il cui compito è quello di regolare l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule.

Si verifica, pertanto, una situazione di eccesso di glucosio nel sangue identificata con il nome di iperglicemia. La mancanza o la scarsità di insulina, quindi, non consente al corpo di utilizzare gli zuccheri introdotti attraverso l’alimentazione che vengono così eliminati con le urine. In questa situazione l’organismo è costretto a produrre energia in altri modi, principalmente attraverso il metabolismo dei grassi, il che comporta la produzione dei cosiddetti corpi chetonici. L’accumulo di corpi chetonici nell’organismo, se non si interviene per tempo, può portare a conseguenze molto pericolose fino al coma.

 

DiGiacomo Trapani

Malattia parodontale e diabete: linee guida

European Federation of Periodontology (Efp) e la International Diabetes Federation (Idf) hanno prodotto un documento di linee guida rivolto a medici, odontoiatri e pazienti, con lo scopo di migliorare la prevenzione.

Nel cinquantesimo rapporto CENSIS di dicembre 2016 viene riportato un dato impressionante: 11 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato nel 2016 alcune prestazioni sanitarie e tra queste spiccano le cure odontoiatriche. È un esito negativo in costante aumento negli anni della crisi economica: la quota di popolazione che durante il 2013 si è rivolta al dentista o all’ortodontista e’ pari al 37,9% dal 39,3% del 2005 mentre aumenta dal 24,0% al 29,2 % la percentuale di persone che hanno dilazionato le visite in un arco temporale più lungo , da 1 a 3 anni , riducendo anche il numero dei trattamenti effettuati ( il 70,7% nel 2013 , 49,3% nel 2005 ) .

Sempre nel 2013 il 12% delle persone di 14 anni e più ha rinunciato , nei 12 mesi precedenti a una visita odontoiatrica o a trattamenti per motivi economici . Sul totale di chi rinuncia alle visite con maggiore età di 14 anni , i motivi economici incidono per l’85,2% . Le visite per la prevenzione o per la pulizia dei denti professionale sono solo il 16,1% nel meridione la metà di quella del nord ( 30,7%) . Tutti gli indicatori di accesso alle cure della salute orale indicano disuguaglianze sociali consistenti : il ricorso al dentista supera il 50% tra le persone con titolo di studio alto e scende del 27,6% tra chi ha conseguito al massimo la licenza  media .

Questo dato permane anche nei bambini dai 3 ai 14 anni ( il 41,5% non è mai andato dal dentista se i genitori hanno al massimo la licenza media , tra i bambini stranieri il 46,3%. Le persone anziane senza alcun dente naturale sono il 17,9% tra coloro che hanno almeno la laurea e il 41,6% tra quanti hanno un basso titolo di studio .

È noto come l’assistenza odontoiatrica nel nostro paese rappresenti il settore in cui il SSN ha tradizionalmente avuto un impegno limitato , nonostante le molteplici implicazioni di carattere sanitario e sociale con una quantità di prestazioni erogate nel settore pubblico tra i livelli più bassi in Europa: il 0,6% visite per abitante per anno , a fronte di 1,8% visite in Belgio , 1,4% in Germania e 2,1% in Olanda. È indubbio che promuovere e favorire programmi di prevenzione e cura delle patologie più diffuse della bocca rappresenta una misura fondamentale in termini di efficacia e favorevole rapporto costi -benefici , considerando anche che diversi fattori di rischio per le malattie del cavo orale ( batteri alimentazione non adeguata fumo stili di vita scorretti ) sono comuni ad altre malattie cronico degenerative e quindi la prevenzione va considerata come un’azione più ampia di promozione della salute globale del cittadino . 

Diabete e Parodontite 

 Il Documento congiunto AMD SID SIDdP Società italiana di paradontologia e Impiantologia evidenza come diabete e parodontite siano due patologie correlate al punto che è stata teorizzata una relazione a due vie : il soggetto con parodontite ha una tendenza a sviluppare il diabete. L’associazione tra diabete e malattie parodontali è ben consolidata. Il diabete è un fattore di rischio per la malattia parodontale , con i pazienti diabetici che presentano una prevalenza maggiore rispetto agli adulti sani . Diversi meccanismi coinvolti nella patogenesi del diabete sono stati associati con la progressione della malattia parodontale e i dati attuali supportano la conclusione che i pazienti diabetici sono ad aumentato rischio di malattie parodontali , e che i pazienti con diabete scarsamente controllato sono a rischio di grave parodontite .

Ciò comporta la distruzione di tessuto connettivo orale e perdita ossea generalizzata che conduce infine alla perdita dei denti. Più recentemente questa correlazione è stata stimata da due review e una, in particolare, ha valutato come gli outcome positivi del trattamento della parodontite sul controllo metabolico rilevino una riduzione dell’emoglobina glicosilata dello 0.36% a tre mesi . Un altro lavoro di revisione del 2013 ha rafforzato l’esistenza del legame tra parodontite e diabete tipo 2 , mentre sul diabete tipo 1 la correlazione sta emergendo negli ultimi anni ,e sul diabete gestazionale i dati sono ancora insufficienti.

Un altro studio ha invece esaminato la correlazione tra parodontite, eduntilia, e sviluppo di macroalbuminuria , e insufficienza renale terminale , giungendo alla conclusione che l’incidenza di macroalbuminuria aumentava con l’aumento della gravità della parodontite e la più alta incidenza era il gruppo di persone edentuli .                                 

PREVENZIONE  

L’educazione per la prevenzione delle malattie dei denti si basa innanzi tutto sulla corretta igiene del cavo orale . La carie è definita una malattia a eziologia multifattoriale , localizzata , cronico degenerativa post eruttiva che interessa il tessuto duro dentale determinandone la distruzione con formazione di cavità e può essere causa di processi infettivi come l’ascesso periapicale . Tra i fattori di rischio dello sviluppo della malattia cariosa : una flora batterica cariogena adesa alla superficie dentale ( biopellicola ) una dieta ricca di carboidrati fermentabili e ridotte difese intrinseche dell’ospite.

La placca dentale o placca batterica , in 1mm3 del peso di circa 1mg ospita circa 108 batteri oltre 300 specie diverse e numerosi studi clinici , hanno provato in maniera convincente che la regolare rimozione quotidiana della placca dentale nella maggior parte dei pazienti previene le malattie dentali . Infatti lo spazzolino manuale di tutte le superfici  dei denti , da eseguire senza esercitare una forza eccessiva che potrebbe causare danni di erosione e abrasione , consente la rimozione del 78% della placca dentale.

La relazione tra zuccheri fermentabili assunti e saccarosio , glucosio , maltosio , lattosio e fruttosio è stato messo in relazione con l’alta incidenza di carie in diversi studi clinico epidemiologici e con un diverso grado di cariogenicita’ . Il saccarosio sembra giochi un ruolo cruciale nello sviluppo della carie perché oltre alla fermentazione con produzione di acidi deboli risulta essere in grado di produrre glucani insolubili . Ma l’elemento più importante nella genesi della patologia cariosa non sarebbe la dose di carboidrati assunta complessivamente ma la frequenza con la quale questi vengono assunti : infatti l’elevata frequenza aumenta la probabilità di carie.

La distruzione permanente dell’architettura del dente avviene attraverso una cascata di eventi che originano dalla fermentazione dei carboidrati, attraverso processi di fermentazione , formazione di metaboliti acidi , demineralizzando smalto e dentina e successiva disgregazione della componente organica del tessuto dentale.

Un ruolo importante giocano le variabili riguardanti l’ospite , in particolare la saliva , ma anche l’azione meccanica della lingua e le difese immunitarie proprie del cavo orale. Studi recenti hanno evidenziato come negli adulti l’uso di paste dentifricie fluorate diminuiscano sensibilmente la formazione di nuove carie , con riduzione del 33,3% rispetto al placebo . L’approccio sistematico all’utilizzo di paste dentifricie a base di fluoro insieme all’introduzione di programmi di sensibilizzazione e informazione nelle famiglie e nei luoghi di lavoro rappresenterà un adeguato fattore di protezione e prevenzione della patologia cariosa , così come l’uso dello spazzolino elettrico . 

A livello di cavo orale , il diabete mellito comporta una maggior suscettibilità a gengiviti e par odontopatia , oltre che di alterazioni della produzione e composizione salivare . Queste manifestazioni sono più frequenti e severe in caso di pazienti scompensati o con scarso livello di igiene orale. Inoltre in alcuni studi è stato rilevato che i bambini diabetici sono suscettibili di candidosi orali pseudomembranose indotte dallo squilibrio dell’ecosistema orale e dalla xerostomia . Le infezioni costituiscono ancora oggi una delle principali cause di ricovero ospedaliero e di mortalità nei pazienti con diabete mellito sia di tipo 1 che di tipo 2 . Le evidenze sui risultati della prevenzione per la salute dei denti in termini di costi e di conservazione di un apparato boccale sano , dovrebbe spingere il sistema sanitario a investire di più nella prevenzione e in particolare su quelle figure sanitarie come gli infermieri che hanno la prevenzione e l’educazione alla popolazione sana e non.

Le linee guida

In questo scenario, che tuttora presenta lacune da colmare, ma nel quale il collegamento tra malattia parodontale e diabete appare ormai assodato, la European Federation of Periodontology (Efp) e la International Diabetes Federation (Idf) hanno prodotto un documento di linee guida (link sotto)  rivolto a medici, odontoiatri e pazienti, con lo scopo di migliorare la prevenzione, far sì che le diagnosi siano formulate sempre più precocemente e trattare nel modo migliore i pazienti che soffrono di entrambe le patologie.

In particolare, gli esperti raccomandano che medici e dentisti si attivino per fornire una formazione di base sulla salute orale a tutti i pazienti diabetici. Chiunque soffra di qualche forma di diabete mellito deve sapere che il suo rischio di contrarre malattia parodontale è aumentato, che la parodontite non trattata ha un impatto negativo sul controllo metabolico e può anche aumentare il rischio di complicanze del diabete, come malattie cardiovascolari e renali. Alle persone con diabete, i medici dovrebbero dunque chiedere di rivolgersi all’odontoiatra per verificare la presenza di parodontite. Anche se non viene diagnosticata alcuna parodontite, si raccomanda un controllo parodontale annuale.

Oltre alla malattia parodontale, i pazienti con diabete devono essere informati che possono essere soggetti ad altre condizioni orali come la secchezza delle fauci e la sindrome della bocca che brucia; inoltre, sono ad aumentato rischio di infezioni fungine orali e sperimentano una guarigione delle ferite peggiore rispetto a quelli che non hanno il diabete. Infine, le persone diabetiche con un’estesa edentulia dovrebbero essere incoraggiate a sottoporsi a una riabilitazione dentale per ripristinare un’adeguata masticazione.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29208508

 

DiGiacomo Trapani

Diabete, iniziato il progetto RADAR per valutare, prevenire e curare l’inerzia terapeutica

Si è tenuto ieri a Livorno il primo incontro del progetto RADAR organizzato da AMD

Si chiama “Radar” ed è la nuova app a disposizione dei soci dell’Associazione Medici Diabetologi per individuare e valutare i soggetti che hanno bisogno di un’intensificazione o di un miglioramento della cura, contrastando così il fenomeno dell’inerzia terapeutica.

Analizza le cartelle cliniche informatizzate del diabetologo, andando alla ricerca dei pazienti non “in regola” su alcuni specifici parametri, ossia emoglobina glicata superiore al 7%, Indice di Massa Corporeo oltre 27 kg/m2 (che esprime una condizione di sovrappeso o obesità) e pressione arteriosa sistolica di 140 mmg/Hg.

Con l’obiettivo di spiegare agli specialisti l’utilizzo della nuova applicazione, discutere i più recenti dati dell’Associazione in merito alla qualità dell’assistenza e illustrare il razionale d’impiego dei nuovi farmaci antidiabete, AMD organizza un ciclo di 17 incontri formativi sul territorio nazionale, dal titolo: “Progetto RADAR: alla ricerca dei pazienti!”.

Attraverso un semplice smart reporting e seguendo le indicazioni del manuale utente, è possibile creare una lista di pazienti che, pur non rientrando in criteri di fragilità clinica (età <75 anni ed eGFR >60ml/min) non sono a target per alcuni parametri prefissati (HbA1c >7%, BMI >27 kg/m2, PAS >140 mmg/Hg), permettendoci di valutare quali e quanti soggetti possano esser bisognosi di un’intensificazione o di un miglioramento di settingterapeutico.

Il commento del Presidente AMD Domenico Mannino all’iniziativa: È ancora documentato che una fascia consistente di pazienti diabetici (oltre il 50%) non raggiunge un buon compenso glicemico. Dati simili, se non peggiori, per ciò che concerne il peso corporeo e il controllo della pressione arteriosa, altri due rilevanti fattori indipendenti di rischio cardiovascolare. Si evidenzia anche un notevole ritardo nell’intensificazione terapeutica, in presenza di valori elevati di emoglobina glicata: al momento dell’aggiunta di un nuovo farmaco, i pazienti presentano valori di HbA1c largamente al di sopra dell’8%, e molti di essi mostrano tali valori già da due anni o più. Continuano, inoltre, ad essere utilizzati soprattutto farmaci ipoglicemizzanti tradizionali, i cui possibili effetti collaterali rendono la compliance del paziente più difficile.

Inoltre, continua Mannino, le informazioni raccolte, descritte annualmente nella pubblicazione ‘Annali AMD’, consentono ai centri partecipanti un’attività di benchmarking, attraverso il confronto del proprio operato con quello delle altre strutture e dei ‘best performers’. Consapevole di quanto l’appropriatezza terapeutica sia una delle tematiche prioritarie e che questa sia importante per il paziente, mi auguro che il nuovo applicativo ‘Radar’ venga accolto da tutti i soci AMD come un utile mezzo per la propria pratica clinica quotidiana.

Dopo Livorno, i prossimi incontri si terranno a: Reggio Emilia (8 maggio), Milano e Padova (11 maggio), Salerno e Roma (25 maggio), Torino (26 maggio), Imola (1° giugno), Bari (9 giugno), Genova (14 giugno), Napoli (15 giugno), Ancona (29 giugno), Roma (7 settembre), Catania (13 settembre), Chieti (14 settembre), Trieste (15 settembre), Milano (28 settembre).

DiGiacomo Trapani

Malattie reumatiche autoimmuni: prima edizione dell’(H)Open day di Onda

L’11 maggio su tutto il territorio nazionale saranno disponibili per le donne servizi gratuiti per la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie reumatiche autoimmuni

Sono 5 milioni gli italiani con malattie reumatiche, il 70% sono donne

Sul sito www.bollinirosa.it l’elenco dei servizi offerti dagli ospedali aderenti e le modalità di prenotazione

Milano, 3 maggio 2018 – Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere, in occasione della Festa della mamma, promuove un (H)Open day dedicato alle malattie reumatiche autoimmuni.

Alcuni ospedali del nuovo network Bollini Rosa offriranno gratuitamente alle donne servizi clinico-diagnostici e informativi come consulenze e colloqui, esami strumentali, conferenze, info point e distribuzione di materiali divulgativi.

Le malattie reumatiche, che nella maggior parte dei casi sono di origine autoimmune, causano disturbi a carico dell’apparato locomotore ed in generale dei tessuti connettivi dell’organismo. Rappresentano un gruppo estremamente eterogeno di malattie e si presentano con espressione e gravità differenti, colpendo oltre 3,5 milioni di donne italiane. Inoltre, spesso esordiscono in età giovane impattando sulla qualità della vita, sulla salute riproduttiva e sulla pianificazione familiare.

Obiettivo della giornata sarà promuovere la consapevolezza e la corretta informazione così come la prevenzione, la diagnosi e l’accesso ai percorsi specialistici diagnostico-terapeutici dedicati alle malattie reumatiche autoimmuni.

In occasione dell’(H)Open day sarà distribuita negli ospedali coi Bollini Rosa la brochure informativa “Malattie reumatiche autoimmuni – Dalla pianificazione familiare alla genitorialità” anche scaricabile gratuitamente dal sito di Onda (www.ondaosservatorio.it). La brochure si propone di dare alle donne le informazioni necessarie per affrontare con maggior serenità e consapevolezza le decisioni che riguardano la fertilità e il desiderio di maternità.

I servizi offerti dagli ospedali sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it dove è possibile visualizzare l’elenco dei centri aderenti con indicazioni su orari e modalità di prenotazione.

L’(H)Open day è promosso da Onda con il patrocinio di Istituto Superiore di Sanità (ISS), Società Italiana di Reumatologia (SIR), Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus (ANMAR) e Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (APMAR) ed è reso possibile anche grazie al contributo incondizionato di UCB Pharma.

“Le malattie reumatiche autoimmuni sono patologie tipicamente femminili e che spesso si manifestano tra i 15 e 45 anni, dunque nel periodo più florido e produttivo, condizionando la qualità di vita delle donne”, spiega Francesca Merzagora, Presidente Onda. “Abbiamo quindi deciso di realizzare un progetto dedicato con un’attenzione particolare alla salute riproduttiva e alla pianificazione familiare, tematiche complesse e molto sentite dalle giovani donne con malattia reumatica. A seguito dell’Open day, ad ottobre, in occasione della Giornata mondiale delle malattie reumatiche, organizzeremo un evento live in streaming su Facebook dando la possibilità alle utenti di rivolgere le domande nel corso della diretta allo specialista intervistato. Da ultimo, in occasione del prossimo Congresso nazionale della Società Italiana di Reumatologia (SIR) a novembre, sarà attribuito un premio a una giovane ricercatrice che si distinguerà per la miglior presentazione in tema di ‘Malattie reumatiche e differenze di genere’: la ricerca scientifica in questo ambito sta evidenziando delle differenze molto rilevanti tra i due generi che ne condizionano, nel segno di una medicina sempre più personalizzata, l’approccio clinico-diagnostico e terapeutico”.

“Circa 5 milioni sono i pazienti con malattie reumatiche nel nostro paese e, di questi, circa il 70% sono donne”, afferma Angela Tincani, Direttore U.O. Reumatologia e Immunologia Clinica, ASST-Spedali Civili di Brescia. “Riconoscere questa realtà propone diversi temi di riflessione che per la Società Italiana di Reumatologia hanno condizionato la nascita di un Gruppo di Studio dedicato. Da un lato infatti stimola a cercare nelle differenze di genere le ragioni di questa disparità di prevalenza. In questo senso molto si sta muovendo nella ricerca per individuare i meccanismi che causano la patologia con lo scopo finale di personalizzare le cure alla persona, uomo o donna, nel suo insieme. Dall’altro lato la grande prevalenza del sesso femminile nella popolazione dei pazienti con malattie reumatiche pone gli operatori sanitari davanti alla necessità di curare moltissime donne rispettando tutte le necessità legate al genere. I trattamenti efficaci oggi disponibili, pur non portando a guarigione, permettono fortunatamente una buona qualità di vita. Di qui l’attenzione al rispetto della ‘salute della donna’ nelle pazienti con malattie reumatiche autoimmuni. Questo significa che se la malattia esordisce in età fertile, il medico deve offrire alla donna la possibilità di programmare la sua vita famigliare e, nel limite del possibile, indirizzare le cure nel rispetto della fertilità. La gravidanza non è una malattia aggiuntiva o una causa di peggioramento ma, nella larga maggioranza dei casi, è soltanto un periodo delicato che deve essere programmato e seguito in modo attento da un team multidisciplinare. In caso di necessità, anche argomenti come la contraccezione o la procreazione medicalmente assistita possono e devono essere discussi dagli specialisti di riferimento in collaborazione con ginecologi dedicati. Naturalmente il problema non si esaurisce con l’età riproduttiva, anche la menopausa delle pazienti con malattie reumatiche, con le varie comorbilità connesse, è un periodo delicato da monitorare con attenzione. So che far entrare nel tempo visita tutti questi argomenti non è mai facile e in alcuni casi può essere impossibile. Pertanto sono grata ad ONDA per l’iniziativa dell’Open day negli ospedali col Bollino Rosa, che permetterà alle pazienti con malattie reumatiche autoimmuni di incontrare gli specialisti e approfondire i temi legati alla ‘salute della donna’ in un’atmosfera diversa che auspicabilmente potrà avere importanti ricadute nel loro futuro”.

Per maggiori informazioni visitare il sito www.bollinirosa.it o inviare una e-mail a segreteria@ondaosservatorio.it

Per scaricare leaflet, locandina, brochure e elenco ospedali aderenti cliccare qui

Ufficio stampa HealthCom Consulting

DiGiacomo Trapani

Più della metà dei pazienti con problemi cardiologici continua a fumare dopo il ricovero in ospedale.

Più della metà dei pazienti cardiopatici continua a fumare dopo il ricovero ospedaliero. Lo rivelano i risultati del sondaggio EUROASPIRE V presentato oggi al congresso EuroPrevent 2018 organizzato dalla Società Europea di Cardiologia (ESC). Inoltre, quasi la metà dei pazienti obesi non ha piani per la perdita di peso.

EUROASPIRE è una serie di indagini trasversali sulla prevenzione cardiovascolare in Europa, condotte nell’ambito dell’iniziativa EORP dell’ESC.

EUROASPIRE V ha esaminato i fattori di rischio cardiovascolare in 8.261 pazienti con cardiopatie coronariche accertate provenienti da 27 paesi, tra giugno 2016 e settembre 2018. I pazienti sono stati intervistati ed esaminati clinicamente per un periodo compreso fra sei mesi a due anni (mediana 1,12 anni) dopo il ricovero per un evento coronarico acuto o una rivascolarizzazione coronarica.
Quasi una paziente su quattro (26%) nello studio era di sesso femminile, l’età media dei partecipanti allo studio era di 64 anni, e un terzo aveva meno di 60 anni.

Un anno dopo l’infarto, oltre la metà (55%) dei pazienti che fumavano prima del ricovero in ospedale fumava ancora (quasi un quinto di tutti i partecipanti allo studio).

Kornelia Kotseva, presidente del comitato direttivo EUROASPIRE dell’Imperial College di Londra, Regno Unito, ha dichiarato: “Il fumo è ancora un problema grave nei pazienti ricoverati per malattie cardiache, soprattutto nei pazienti più giovani”.

Circa il 38% dei pazienti era obeso (indice di massa corporea pari o superiore a 30 kg/m2 ), con percentuali comprese fra il 16% della Serbia al 47% in Lituania. Di coloro che erano obesi, il 45% non aveva piani per la perdita di peso e al 25% non era mai stato detto che avevano un problema di peso. Più della metà dei pazienti (59%) era centralmente obesa (circonferenza della vita 88 cm o superiore nelle donne e 102 cm o superiore negli uomini).

La prevalenza di ipertensione (140/90 mmHg o superiore e 140/80 mmHg o superiore nei pazienti diabetici) era del 46% (range 31-57%), mentre il 12% dei pazienti presentava una pressione sanguigna pari o superiore a 160/100 mmHg.

I farmaci antipertensivi venivano utilizzati nel 78% dei pazienti (range 49-83%), di cui il 49% aveva una pressione arteriosa sotto controllo (inferiore a 140/90 mmHg e inferiore a 140/80 mmHg nei pazienti diabetici).

Circa il 29% dei pazienti ha riferito di avere il diabete, ma solo il 54% di questi pazienti presentava HbA1c meno del 7%, il che significa che il diabete era ben controllato. Oltre a quelli con diabete noto, un test di tolleranza al glucosio per via orale ha rivelato che il 12% dei pazienti aveva un diabete appena diagnosticato, il 18% aveva una ridotta tolleranza al glucosio e il 10% aveva una glicemia a digiuno alterata.

A meno della metà (46%) dei pazienti è stato consigliato di partecipare a programmi di riabilitazione cardiaca (range 0-84%), e solo il 32% ha partecipato almeno alla metà delle sedute. Il professor Kotseva ha dichiarato: “Alcuni paesi non dispongono di programmi di prevenzione secondaria e di riabilitazione, mentre in altri sono di prassi corrente. La maggior parte dei pazienti segue i consigli per partecipare a tali programmi, quindi la sfida è quella di ottenere una maggiore disponibilità e accesso per tutti i pazienti in Europa”.

Il professor David A. Wood, ricercatore principale di EUROASPIRE dall’Imperial College di Londra, ha dichiarato che «sono necessari programmi di prevenzione completi e multidisciplinari per tutti i pazienti con malattia coronarica. Abbiamo bisogno di team multidisciplinari che si occupino dello stile di vita, della gestione dei fattori di rischio e dell’uso efficace delle terapie farmacologiche cardioprotettive».

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DiGiacomo Trapani

Camminare veloce al posto di un farmaco

Studio italiano, indicatore del benessere del cuore

Via libera a tuta e scarpe da ginnastica per la salute del cuore. Uno studio italiano promuove a pieni voti la camminata veloce, potente alleato e ‘spia’ della salute dei cardiopatici. I pazienti che riescono a camminare velocemente, infatti, finiscono per ricoverarsi di meno. E anche la permanenza in ospedale appare ridotta rispetto a chi si muove più lentamente. La ricerca, firmata da Carlotta Merlo e i suoi colleghi dell’Università di Ferrara, è stata presentata a Lubiana a ‘EuroPrevent 2018′, congresso dell’European Society of Cardioloy (Esc), e pubblicata sull”European Journal of Preventive Cardiology‘.

Lo studio è stato condotto per 3 anni su 1.078 pazienti ipertesi, l’85% dei quali aveva anche una malattia coronarica e il 15% una valvolare. A tutti è stato chiesto di camminare per 1 km su un tapis roulant a quella che per loro era un’intensità moderata. Dopodiché sono stati divisi come camminatori lenti (2,6 km/h), intermedi (3,9 km/h) e veloci (5,1 km/h). In totale 359 pazienti facevano parte del primo gruppo, 362 del secondo e 357 erano camminatori veloci. Il team ha poi registrato il numero di ricoveri per tutte le cause e la durata della permanenza in ospedale nei successivi 3 anni, grazie ai dati contenuti nel registro del Servizio sanitario dell’Emilia Romagna. E i risultati hanno evidenziato i benefici della camminata veloce.

“Non abbiamo escluso alcuna causa di morte – spiega Merlo – perché la velocità della camminata ha conseguenze significative per la salute pubblica. Se è ridotta – sottolinea – è un marker di mobilità limitata, un precursore di disabilità, malattia e perdita di autonomia”. Nel corso dei 3 anni di studio, 182 camminatori lenti (52%) hanno avuto almeno un ricovero in ospedale, contro il 44% di quelli intermedi e il 31% di quelli veloci.

Non solo. Gli esponenti dei tre gruppi hanno anche passato rispettivamente un totale 4.186 giorni (i lenti), 2.240 giorni (gli intermedi) e 990 giorni (i veloci) in ospedale in 3 anni. Ebbene, l’analisi ha mostrato che i camminatori veloci, quando si ricoverano, lo fanno però per meno tempo degli altri: in media 9 giorni a paziente, contro i 23 dei compagni più lenti. Per ogni km/h in più nella velocità totalizzata, c’è una riduzione del 19% della probabilità di ospedalizzazione in 3 anni. E il confronto con i compagni più lenti mostra che il rischio di un ricovero per i più veloci è ridotto del 37%.

“Più è veloce la camminata, minore è il rischio di ricovero e la durata della permanenza in ospedale – sintetizza Merlo – Dal momento che la velocità della camminata è un marker di mobilità limitata, collegata a una ridotta attività fisica, abbiamo dedotto che i camminatori veloci nello studio fossero tali anche nella vita reale. Camminare è l’esercizio più popolare negli adulti. E’ libero, non richiede un allenamento speciale e può essere praticato quasi ovunque. Anche brevi, ma regolari camminate – conclude – hanno benefici per la salute sostanziali. Il nostro studio mostra che i benefici sono maggiori quando il ritmo del passo è aumentato”.

fonte

DiGiacomo Trapani

Osteoporosi, la risposta ai farmaci non cambia se si è diabetici

 

La risposta al trattamento con farmaci destinati alla terapia dell’osteoporosi (OP), in termini di incremento della BMD e di riduzione del rischio di fratture vertebrali, non sembra essere condizionata dalla comorbilità diabetica.
Lo dimostrano i risultati di una rassegna sistematica della letteratura sull’argomento, recentemente pubblicata sulla rivista Endocrine.

Razionale dello studio
Sia il diabete tipo 1 (T1D) che il diabete tipo 2 (T2D) sono stati associati a fragilità ossea e incremento del rischi o di frattura, si legge nell’introduzione al lavoro.Tuttavia, si sa ancora poco sull’effetto dei farmaci anti-OP sulla BMD e/o il rischio fratturativo in questi pazienti.

Di qui la nuova rassegna sistematica della letteratura che si è proposta di valutare l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti diabetici rispetto ai pazienti non diabetici, al fine di sondare l’esistenza di eventuali differenze.

Disegno dello studio
La ricerca sistematica della letteratura, effettuata sui principali database bibliografici biomedici, ha portato all’identificazione di 9 studi osservazionali, retrospettivi e prospettici e di trial clinici randomizzati che hanno studiato l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti con diabete tipo 1 e 2 rispetto a pazienti non diabetici.

Inoltre, i ricercatori hanno studiato il loro effetto sulla BMD e i marker di turnover osseo. Gli studi analizzati nella review, pubblicati tra il 2004 e il 2016, sono stati condotti in Giappone, USA, UK, Romania e Danimarca. Due di questi erano multicentrici.

Risultati principali
Quando sono stati presi in considerazione i marker di formazione ossea in entrambi i gruppi, non sono state osservate differenze in termini di entità di riduzione.

Incrementi di BMD di pari entità sono stati rilevati a livello della colonna lombare di donne in postmenopausa diabetiche (T2D) e non (n=35 per entrambi i gruppi), insieme all’assenza di differenze densitometriche a livello del collo femorale dopo un anno di trattamento.

Il trattamento con alendronato ha mostrato risultati simili, con incrementi della BMD osservati indipendentemente dalla presenza o meno di T2D.

In uno studio condotto con risedronato, la BMD della colonna lombare è aumentata del 5,52% rispetto al basale dopo 12 mesi di trattamento indipendentemente dalla presenza di T2D (n=53) o dalla sua assenza (n=832).

Le pazienti osteoporotiche trattate con teriparatide, inoltre, hanno dimostrato incrementi simili della BMD a livello della colonna lombare e dell’anca in toto, indipendentemente o meno dalla presenza di diabete. E’ stato documentato in questo caso, tuttavia, un incremento maggiore della BMD a livello del collo femorale in soggetti con T2D rispetto agli altri.

Il rischio di frattura vertebrale (p=0,85), di femore (p=0,77) e all’avambraccio (p=0,11) negli individui esposti ad alendronato con T1D e T2D (n=2.054) è risultato simile a quello osservato nei non diabetici (n=55.036) e nessuna differenza è stata osservata in relazione al tipo di diabete.

Quanto al raloxifene, il trattamento con questo farmaco si è rivelato più efficace nel ridurre il rischio di frattura vertebrale dopo 36 mesi di trattamento in pazienti con T2D (n=124) rispetto ai non diabetici (n=4.412), quando entrambi i gruppi erano confrontati con placebo (p=0,04).

Gli individui con T2D del gruppo placebo sono risultati, inoltre, a maggior rischio di frattura vertebrale rispetto a quelli trattati con raloxifene (odds ratio [OR] = 2,17; IC95%= 0,93-5,06; P =0,07).  Quando ad altri due studi dei 9 recensiti, non sono state rilevate differenze relative al potenziale anti-frattura di raloxifene,  indipendentemente dalla presenza o meno di diabete.

Riassumendo
In conclusione, i ricercatori hanno osservato come la presenza di diabete a livello individuale non influenzi negativamente il potenziale anti-frattura di raloxifene, teriparatide o dei BSF (alendronato e risedronato).

Il rischio di frattura vertebrale in pazienti con OP è simile, indipendentemente dalla presenza o meno di diabete, per cui i clinici dovrebbero trattare i pazienti con OP allo stesso modo, indipendentemente o meno dalla presenza della condizione diabetica.

Bibliografia
Anagnostis P, Paschou SA, Gkekas NN, et al. Efficacy of anti-osteoporotic medications in patients with type 1 and 2 diabetes mellitus: a systematic review [published online February 6, 2018]. Endocrine. doi:10.1007/s12020-018-1548-x

Fonte

DiGiacomo Trapani

Croce Rossa e Novo Nordisk insieme per curare le malattie croniche durante le crisi umanitarie

Croce Rossa e Novo Nordisk insieme per curare le malattie croniche durante le crisi umanitarie

Oggi le persone con malattie croniche non trasmissibili sono molto di più di quelle con malattie trasmissibili. Questo però non si riflette nelle risorse messe a disposizione per questo problema sanitario in generale e, ancor meno, durante le crisi umanitarie.

Milano, 19 aprile 2018 – Al via la partnership tra la Croce Rossa internazionale e Novo Nordisk A/S per gestire il crescente problema delle malattie croniche che colpiscono milioni di persone che vivono in situazione di crisi in tutto il mondo.

La collaborazione si basa su tre elementi fondamentali: assicurare un’efficiente rifornimento di insulina a basso costo per le operazioni della Croce Rossa nel mondo; il sostegno di Novo Nordisk ai programmi sanitari dell’organizzazione internazionale, anche rivolti alla prevenzione e cura delle malattie non trasmissibili; contribuire a progetti da sviluppare nei prossimi tre anni, per aiutare le persone con diabete e ipertensione in situazioni umanitarie di crisi.

Oggi, più di 65 milioni di persone fuggono dalle guerre. Le organizzazioni umanitarie e sanitarie hanno storicamente concentrato i loro sforzi sulle minacce alla salute di tipo acuto, quali ferite e malattie infettive. Eppure, i bisogni sanitari delle persone nei campi umanitari, così come di quelle costrette a migrare e delle comunità che le accolgono, sono molto maggiori.

“Le malattie non trasmissibili sono un killer silenzioso e spesso vengono trascurate durante i conflitti armati. Tutte le persone hanno bisogno di accedere a infrastrutture sanitarie appropriate e a medicinali per tenere sotto controllo la propria salute. Se guardiamo alle situazioni in Yemen, Siria, Iraq e così via, migliaia di persone devono continuare a convivere con malattie che mettono a rischio la loro vita se non ricevono medicinali come l’insulina per curare il diabete”, ha detto Peter Maurer, presidente della Croce Rossa Internazionale.

Per le persone che vivono in situazioni di crisi umanitaria, il rischio di aggravare le loro malattie croniche, quali diabete e ipertensione, è 2-3 volte più alto rispetto a quello che avevano prima della crisi. Si stima che il diabete sia, in 1 caso su 4, la causa di amputazione degli arti nei pazienti nei Centri di Riabilitazione Fisica della Croce Rossa in Yemen, Siria e Iraq1.

“Le organizzazioni che partecipano a questa collaborazione sono coinvolte per rispondere a bisogni sanitari irrisolti attraverso una collaborazione, per ora in fase pilota, che combina le rispettive area di competenza”, ha aggiunto Lars Fruergaard Jørgensen, CEO di Novo Nordisk.

Per assicurare un’adeguata valutazione dei risultati, è stato coinvolto anche il Centro di Salute in situazioni di crisi umanitaria della London School of Hygiene and Tropical Medicine, con il direttore Karl Blanchet, quale principale partner accademico.

Tra i partner di questo accordo, anche la Croce Rossa Danese, che offrirà la sua capacità di pianificazione di attività umanitarie, con un focus nella prevenzione e gestione delle malattie croniche, e faciliterà il contatto con le reti di gruppi di società civile locali in Danimarca, come ha spiegato il Segretario generale,Anders Ladekarl.

Ogni partner contribuirà in modo diverso a questa collaborazione ed in accordo con le normative locali.

La Croce Rossa Internazionale metterà a disposizione la sua competenza nelle operazioni umanitarie, in particolare nel fornire cure sanitarie alle popolazioni in situazioni di difficoltà e violenza. Guiderà l’implementazione di progetti sul territorio, volti, tra l’altro a identificare le persone che necessitano farmaci per il diabete e l’ipertensione, attraverso il già esistente network di strutture sanitarie supportate dall’organizzazione con base a Ginevra.

Novo Nordisk condividerà la sua grande esperienza nell’accesso alle cure per il diabete, anche supportando lo sviluppo di materiali informativi sulle cure e la prevenzione del diabete all’interno dei contesti umanitari. Il contributo finanziario per questa partnership ammonta a 21,5 milioni di corone danesi, quasi 3 milioni di euro.

Infine, il ruolo della London School of Hygiene and Tropical Medicine sarà incentrato sulla valutazione degli interventi per migliorare gli stanziamenti umanitari nella prevenzione e cura delle malattie non trasmissibili.

 Ufficio stampa: HealthCom Consulting Diego Freri

Bibliografia

1Perone SA, Martinez E, du Mortier S, et al. Non-communicable diseases in humanitarian settings: ten essential questions. Conflict and health. 2017;11(1):17. Halford G. Prevalence of Diabetes in ICRC Supported Physical Rehabilitation Centers for Disease Control Prevention. 2016.

 

DiGiacomo Trapani

Diabete e Obesità : Il parere di Vincenzo Provenzano e i consigli per capire meglio

Gli allarmanti dati pubblicati dall’Ibdo Foundation sulla ‘pandemia’ di diabete e obesità e sui rischi di mortalità, ci hanno portato ad approfondire la questione chiedendo ad uno specialista un parere e chiare indicazioni su come provare ad arginare questa problematica che ci riguarda tutti da vicino.

Il dottore Provenzano a caldo sulla notizia dichiara: “Le cause che vedono la Sicilia fra le regioni con un maggior numero di diabetici in Italia sono coerenti con un gradiente geografico nord-sud che vede al sud maggiori casi di obesità di diabete e soprattutto di diabete Mellito II che all’obesità è collegato. Un dato inoltre che si conferma anche nell’insistenza di un alto numero di complicanze collegate al diabete come ad esempio la cecità, l’insufficienza renale, l’anomalia in gravidanza, la doppie possibilità di ictus e amputazione degli arti inferiori . E in quest’ultimo caso la Sicilia ha il primato delle amputazioni”.

“Per citare altri dati – prosegue il medico – in Sicilia, i diabetici sono circa 304mila persone ma questo dato cresce se si considera che sono circa in 100mila coloro che non sanno d’avere questa malattia. Inoltre, risulta obeso più del 40% della popolazione con un altissima incidenza di bambini. Questo comporta il presentarsi di un aumento dei casi di diabete di tipo 2 nelle fasce di età inferiori dove prima si manifestava il solo diabete di tipo 1. L’età media di diagnosi del diabete, infatti, si è abbassata da 45-50 anni a 35 “.

“Il dato – continua Provenzano – è certamente socio economico e si spiega nel termine in cui negli ultimi anni, di fatto, la Sicilia ha occidentalizzato la propria dieta abbandonando l’alimentazione mediterranea di cui pure è stata culla. A causa della forte influenza massmediatica il sud ha assunto il modello alimentare del nord, il modello ‘fast food’. Faccio un esempio per tutti: quello della farina bianca. – e chiarisce -. C’è chi si ostina a dire che il pane bianco appartiene alla dieta mediterranea. Non c’è nulla di più falso l’alimentazione mediterranea prevede il solo uso di farine di tipo integrale. Aggiungo che anche l’Oms ha chiarito quanto siano dannose le tre polveri bianche: la farina bianca, lo zucchero e il sale. Questi tre ingredienti dei nostri alimenti infatti determinano una maggiore produzione di insulina che porta a diabete, malattie cardiovascolari e malattie neoplastiche”.

Ma per fare fronte a questi dati qualcosa è stato fatto? “Nel 2009, era stata approvata una legge che cercava di promuovere azioni per una una medicina non solo di cura ma di iniziativa, come sarebbe stato con i presidi territoriali d’assistenza. Ciò veniva fatto – dice il diabetologo – anche tenendo conto degli impatti che il diabete ha sulla finanza pubblica in Italia: circa 10 miliardi di costi diretti ovverosia costi di cure e e 11 miliardi di costi indiretti per assenza da lavoro e prepensionamenti. L’applicazione della legge pure innovativa, però, si è via via attenuata nonostante la lotta al diabete sia una dei tre obiettivi di azione sanitaria nazionali. – e conclude -. È già finanziato e operativo, invece, un progetto di un milione che vede l’Asp di Palermo con gli ospedali di Partinico, di Cefalù e di Palermo impegnati per attivare azioni di educazione alimentare con le scuole per combattere il diabete con la corretta alimentazione”.

Infine, il medico propone un decalogo della prevenzione dell’obesità e del diabete. “Alla base di tutto è consigliata una costante attività fisica: mezz’ora di passeggiata veloce come se si fosse in ritardo ad un appuntamento, poi occorre mantenere un peso corporeo accettabile, eliminare il fumo e tenere sotto controllo il giro vita misurandolo con un metro da sarta: se supera 88 cm per le donne e 102 cm per gli uomini c’è un serio rischio di avere il diabete, malattie cardiovascolari e tumorali”.

Il dottore raccomanda poi di preferire una alimentazione a base di vegetali a un’alimentazione di natura animale, d’eliminare il consumo di zuccheri a rapido assorbimento come i dolci o la Coca Cola. E di ridurre il consumo di grassi animali, come ad esempio la carne rossa, preferendo i grassi vegetali come l’olio di oliva. Infine, vanno consumate con moderazione le proteine di natura animale, come ad esempio le uova, preferendo le proteine vegetali contenute, ad esempio, nei legumi; è bene ridurre l’utilizzo del sale da cucina e dei prodotti salati come gli insaccati o gli stagionati, e consumare preferibilmente pane senza sale aggiunto.

Da ultimo Provenzano, dà un suggerimento che non elimina però il piacere, prescrivendo “un uso di alcool con moderazione e cioè consumando, ogni giorno durante i pasti, due bicchieri di vino rosso per gli uomini e un bicchiere di vino rosso per le donne”.


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DiGiacomo Trapani

#Diabete: Le insuline Biosimilari

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Le insuline biosimilari

Il biosimilare e il suo prodotto di riferimento, essendo ottenuti mediante processi produttivi inevitabilmente differenti, non possono essere identici, ma devono essere simili in termini di qualità, efficacia e sicurezza.

Biosimilari: domande frequenti

Perché le persone con diabete di tipo 1 dovrebbero essere interessate ai biosimilari?

Versioni “biosimilari” di diversi tipi di insulina sono oggi disponibili, per approfondimenti chiedi sempre al tuo team diabetologico.

Cosa significa questo per il mio trattamento?

Significa che il tuo medico ha più tipi di insulina per poter prescrivere, Tu o il tuo medico potreste pensare che sia una buona idea provare una nuova insulina biosimilare. I medici dovrebbero sempre prescrivere insuline con il loro marchio per garantire che venga somministrata l’insulina corretta – i biosimilari non fanno eccezione. Non dovrebbero esserci differenze clinicamente significative tra l’insulina originale e il suo biosimilare. Come con qualsiasi cambiamento nel regime di trattamento, dovrebbe essere qualcosa da concordare insieme al tuo team diabetologico, e dovrete prestare particolare attenzione ai livelli di glucosio per alcune settimane per assicurarvi che il cambiamento non stia disturbando il controllo glicemico . Se si manifesta qualche difficoltà nell’uso della nuova insulina, il medico può riportare la prescrizione all’insulina usuale.

In virtù delle differenze che si riscontrano nei processi produttivi, biosimilare non è sinonimo di bioequivalente Pertanto, la sostituzione automatica, che potrebbe essere applicata ai generici, non può essere estesa anche ai biosimilari. Come per la prescrizione, anche la sostituzione di un prodotto biologico/biotecnologico con un altro deve essere autorizzata dal medico.


Notizie tecniche:

In Italia, la posizione dell’AIFA chiarisce che i medicinali biologici e biosimilari sono simili, ma non identici, pertanto vanno esclusi dalla sostituibilità terapeutica automatica. l’AIFA, infatti, ha deciso di non includere i medicinali biosimilari nelle liste di trasparenza che consentono la sostituibilità automatica tra prodotti equivalenti. • La scelta di trattare un paziente con un farmaco biologico originator o con un biosimilare rimane una decisione clinica affidata al medico specialista. In particolare, l’AIFA considera i biosimilari un’opzione terapeutica da preferire nei pazienti “naive” qualora costituiscano un vantaggio economico. • Tale parere è stato confermato nel successivo Position Paper dell’AIFA “Farmaci Biosimilari. Riapertura della consultazione pubblica” (06/03/2014), che sottolinea la possibilità e la procedura da seguire in caso si voglia chiedere parere alla Commissione Tecnico Consultiva dell’AIFA sull’equivalenza terapeutica tra biologici e corrispondenti biosimilari o tra biologici e biosimilari con principi attivi differenti.

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