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DiGiacomo Trapani

Diabete tipo 1: Studio americano invita ad una alimentazione con pochi di carboidrati

Uno Studio americano invita ad una alimentazione con pochi carboidrati

Pubblicato sulla Rivista Pediatrics

La ricerca è stata condotta dai ricercatori del Boston Children’s Hospitalche hanno reclutato alcune centinaia di soggetti dal gruppo Facebook TypeOneGrit, formato da genitori i cui figli seguivano una dieta ‘very low carb’ descritta in un libro pubblicato da Richard Bernstein, uno degli autori. Per 138 pazienti, il 42% dei quali bambini, è stato possibile confermare sia la diagnosi che le misure di controllo della glicemia attraverso una cartella clinica elettronica. I partecipanti hanno riportato un consumo di carboidrati di 36 grammi al giorno, il 5% delle calorie totali invece del 45% raccomandato dalle linee guida internazionali.

Il valore dell’emoglobina glicata, uno dei principali metodi di controllo del glucosio, è risultato del 5,67%, mentre in media per un paziente è dell’8,2% e l’obiettivo delle terapie è portarla sotto il 7%. Sempre secondo il report dei partecipanti al gruppo ai pazienti a dieta era necessaria una dose di insulina più bassa della media, e anche i livelli di sensibilità all’insulina e di altri parametri sono risultati più vicini alla norma. Al momento lo studio è solo osservazionale, spiegano gli autori-, ma l’ipotesi merita dei test clinici approfonditi. Quindi raccomandano ai pazienti con diabete di modificare la propria dieta solo dopo averne parlato con proprio medico di famiglia.

Il diabete di tipo 1 è una forma di diabete che si manifesta prevalentemente nel periodo dell’infanzia e nell’adolescenza, anche se non sono rari i casi di insorgenza nell’età adulta. Per questa ragione fino a poco tempo fa veniva denominato diabete infantile. Il diabete mellito di tipo 1 rientra nella categoria delle malattie autoimmuni perché è causata dalla produzione di autoanticorpi (anticorpi che distruggono tessuti ed organi propri non riconoscendoli come appartenenti al copro ma come organi esterni) che attaccano le cellule Beta che all’interno del pancreas sono deputate alla produzione di insulina. Come conseguenza, si riduce, fino ad azzerarsi completamente, la produzione di questo ormone il cui compito è quello di regolare l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule.

Si verifica, pertanto, una situazione di eccesso di glucosio nel sangue identificata con il nome di iperglicemia. La mancanza o la scarsità di insulina, quindi, non consente al corpo di utilizzare gli zuccheri introdotti attraverso l’alimentazione che vengono così eliminati con le urine. In questa situazione l’organismo è costretto a produrre energia in altri modi, principalmente attraverso il metabolismo dei grassi, il che comporta la produzione dei cosiddetti corpi chetonici. L’accumulo di corpi chetonici nell’organismo, se non si interviene per tempo, può portare a conseguenze molto pericolose fino al coma.

 

DiGiacomo Trapani

Le isole pancreatiche e i livelli di glucosio nel sangue

Le isole pancreatiche e i livelli di glucosio nel sangue

La quantità di glucosio nel sangue deve essere finemente regolata per assicurare il corretto funzionamento dell’organismo. Le isole pancreatiche hanno un ruolo cruciale in questo meccanismo di controllo.

 

Le isole di Langerhans funzionano come micro-organi, sono gruppi di cellule presenti nel pancreas. Sono coinvolte nella regolazione dei livelli di glucosio nel sangue e sono formate principalmente da cellule alfa e beta.

Cellule beta: producono l’ormone insulina in risposta ad alti livelli di glucosio nel sangue.

Cellule alfa: producono glucagone in risposta a bassi livelli di glucosio nel sangue.

Il glucosio nel sangue.

Le isole di Langerhans rappresentano solo il 2% del pancreas ma sono indispensabili per tenere sotto controllo la concentrazione degli zuccheri (glucosio) nel sangue.

Il restante 98% del pancreas è responsabile della produzione di enzimi digestivi.

Le cellule beta rispondono all’aumento di glucosio nel sangue

Le cellule beta agiscono come sensori del glucosio: quando la concentrazione sanguigna aumenta, rilasciano insulina per segnalare alle altre cellule del corpo di assorbire lo zucchero.

Il glucosio presente nel sangue proviene dalla digestione del cibo che mangiamo e viene usato dalle cellule per produrre energia.

L’insulina si lega a specifici recettori sulla superficie delle cellule del nostro corpo e promuove l’apertura dei canali del glucosio.

Un aumento del glucosio sanguigno stimola le cellule beta a produrre insulina.

L’insulina si lega a specifici recettori sulla superficie delle cellule del nostro corpo e promuove l’apertura dei canali del glucosio.

L’entrata del glucosio abbassa la concentrazione di zucchero nel sangue. Nella cellula, il glucosio può essere usato subito o immagazzinato nel muscolo.
L’entrata del glucosio abbassa la concentrazione di zucchero nel sangue. Nella cellula, il glucosio può essere usato subito o immagazzinato nel muscolo e nel fegato come fonte di energia.

Le cellule alfa rispondono al calo di glucosio nel sangue

Le cellule alfa sono in grado di avvertire una diminuzione di glucosio nel sangue e di rispondere producendo glucagone. L’ormone agisce soprattutto su fegato e muscolo, dove stimola la produzione e la liberazione del glucosio immagazzinato.

Quando la concentrazione di glucosio nel sangue si abbassa, le cellule alfa rilasciano glucagone.

L’interazione tra il glucagone e i suoi recettori promuove la fuoriuscita di glucosio dalle cellule.

Il glucagone agisce in maniera opposta all’insulina per controbilanciarne gli effetti.

I livelli di glucosio nel sangue aumentano per assicurare a tutte le cellule un apporto adeguato di energia.

Visita anche la nostra pagina che approfondisce il tema del Diabete Tipo 1

Oppure altri approfondimenti li trovi qui

DiGiacomo Trapani

Run for science. Corriamo con(tro) il diabete

 

RUN for SCIENCE è un progetto di ricerca sulla corsa, ideato nel 2014 da Scienze Motorie dell’Università di Verona e che ha appassionato diverse Università in tutta Europa.
La finalità è studiare e approfondire a livello scientifico diversi aspetti che riguardano la corsa della mezza maratona e maratona, come per esempio: l’efficienza muscolare, cardiovascolare e metabolica, oltre ad aspetti psicologici.

L’evento centrale si terrà DOMENICA 6 MAGGIO 2018, presso le strutture di Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Verona.
La partecipazione al progetto prevede il tuo inserimento in alcuni gruppi speimentali, che faranno ricerca il anche nei giorni precedenti la corsa.

R4S18 – programma  

http://www.r4s.it/it/home-it/

DiGiacomo Trapani

Diabete di tipo 1, il fabbisogno di insulina cresce all’aumentare del numero di gravidanze

Il fabbisogno di insulina aumenta con la parità, definita come il “numero di nati vivi”, nelle donne in gravidanza con diabete di tipo 1, secondo quanto riportato da un team di ricercatori danesi, e il risultato potrebbe aiutare i medici a gestire i dosaggi di insulina nelle gestanti.
E’ quanto emerge dai risultati di uno studio pubblicato sul The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Durante la gravidanza normale, la sensibilità periferica all’insulina diminuisce a causa dell’innalzamento dei livelli degli ormoni placentari diabetogeni. Alcuni studi hanno mostrato un aumento dell’incidenza del diabete di tipo 2 con l’aumento del numero di gravidanze, mentre altri non hanno trovato alcuna associazione. È chiaro, tuttavia, che la progressione del fabbisogno di insulina durante la gravidanza varia considerevolmente tra le donne.

«Siamo stati incuriositi dalla scoperta di una correlazione così forte tra aumento delle nascite e fabbisogno di insulina», ha detto il dott. Gitte Skajaa dell’Aarhus University Hospital, Aarhus, Danimarca. «Correlazione che era ancora evidente anche dopo aver aggiustato i possibili fattori confondenti (IBMI pre-gravidanza, HbA1c pre-gravidanza gravidanza, età e durata del diabete di tipo 1)».

Lo studio osservazionale danese
Durante la gravidanza in donne con diabete di tipo 1 è fondamentale uno stretto controllo glicemico, e la conoscenza dei fattori che influenzano la sensibilità all’insulina potrebbe migliorare l’esito della gestazione, sia per la madre che per la prole.
Partendo da queste premesse, i ricercatori hanno voluto valutare il fabbisogno di insulina in queste pazienti e verificare se la parità ne influenzasse il fabbisogno.

Hanno condotto uno studio osservazionale su donne con diabete di tipo 1 che hanno partorito all’Aarhus University Hospital dal 2004 al 2014.
Come risultato dell’analisi di 536 gravidanze in 380 donne con diabete di tipo 1, è emerso che complessivamente il fabbisogno di insulina è diminuito del 4% rispetto ai valori basali dopo 11-16 settimane di gravidanza, ed è aumentato del 70% alle settimane 33-36. E al termine della gestazione era del 66% più alto rispetto a prima della gravidanza.

Il fabbisogno giornaliero di insulina per l’intera gravidanza è aumentato in modo paritario, secondo gli autori. Dopo alcuni aggiustamenti per altre variabili importanti, è infatti risultato del 13% più alto durante la seconda gravidanza, del 20% più alto durante la terza gravidanza e del 36% più alto nelle gravidanze successive rispetto alla prima (p<0,0005 per tutti).

Una migliore gestione dei dosaggi di insulina
«In qualità del più grande studio del suo genere, il nostro è in grado di fornire alcune stime preziose e precise sul decorso del fabbisogno di insulina per tutte le gravidanze in pazienti con diabete di tipo 1», ha detto Skajaa. «Questo potrebbe aiutare i medici nel gestire i dosaggi di insulina in queste pazienti, indipendentemente dal numero di gravidanze che hanno avuto, e al contempo fornire alle donne informazioni utili su cosa aspettarsi durante la gestazione».

«Dovremmo tenere a mente che una donna incinta che ha già 2 o 3 bambini potrebbe aver bisogno di più insulina di quanto il suo medico potrebbe aspettarsi, – solo a causa della sua parità», ha detto. «Questa è anche una preziosa informazione per la donna all’inizio della gravidanza, quando si chiede cosa può aspettarsi nell’attuale gravidanza rispetto a quelle precedenti».

Il dott. Silver Bahendeka, esperto di diabete presso il St. Francis Hospital, a Kampala, Uganda, ha commentato che «la cura del paziente deve essere sempre personalizzata e le esigenze cambiano in funzione degli stati fisiologici».

«Sono necessari ulteriori studi in altre condizioni che influenzano il diabete di tipo 1 in modo da comprenderlo meglio e migliorare l’esito della gestione», ha aggiunto.

Bibliografia

Skajaa G et al. Parity increases insulin requirements in pregnant women with type 1 diabetes. The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, jc.2018-00094

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DiGiacomo Trapani

Ricerca:Trovate le cause genetiche che collegano il virus della mononucleosi e alcune malattie autoimmuni

Grazie a un algoritmo, sono state evidenziate le somiglianze tra il fattore di trascrizione del virus e i loci genetici del rischio di malattie come sclerosi multipla e lupus. Lo studio su Nature Genetics, “rappresenta uno dei progressi più rilevanti nella nostra comprensione di come le interazioni gene-ambiente causino malattie multifattoriali”, commenta Marco Salvetti della Sapienza di Roma

Il fattore di trascrizione del virus di Epstein-Barr (Ebv) Ebna2 mostrerebbe associazioni significative con il rischio genetico dei loci coinvolti in almeno sette malattie autoimmuni. È quanto ha riferito un gruppo di ricercatori, guidato da John Harley dell’Università di Cincinnati, in Ohio, che ha pubblicato una ricerca su Nature Genetics.

La ricerca
Il team ha sviluppato un algoritmo, il Regulatory Element Locus Intersection (Reli) e lo ha usato per identificare associazioni tra centinaia di fattori di trascrizione e numerosi fenotipi complessi. Dopo aver verificato che il sistema funziona, i ricercatori hanno quindi evidenziato che la proteina Ebna2, codificata da dal virus Ebv, si interseca in modo significativo con i loci di rischio della sclerosi multipla e del lupus eritematoso sistemico (Les). Ulteriori analisi hanno quindi rivelato un’associazione particolarmente forte tra Ebna2 e altre cinque malattie, tra cui artrite reumatoide, malattia infiammatoria intestinale, diabete di tipo 1, artrite idiopatica giovanile e celiachia. Mentre associazioni più deboli sarebbero state identificate tra Ebna2 e leucemia linfatica cronica, malattia di Kawasaki, colite ulcerosa e glicosilazione delle immunoglobuline.

“Forse abbiamo trovato un modo per rivelare meccanismi sconosciuti della malattia, alcuni dei quali potrebbero essere obiettivi terapeutici” ha dichiarato Harley. Questi risultati contribuiscono alla prova che il virus Epstein-Barr è la causa di lupus, sclerosi multipla, artrite reumatoide e forse altre malattie infiammatorie per molti pazienti – ha dichiarato Harley – Forse il nostro lavoro aumenterà l’interesse per lo sviluppo di un vaccino efficace che prevenga l’infezione”, ha concluso.

I commenti
Secondo Paul Farrell, dell’Imperial College di Londra, “la risposta se il virus Ebv sia la causa o la conseguenza del lupus si potrà avere solo dopo aver sviluppato un vaccino. Nel caso in cui funzioni, si potrà provare se la terapia mirata previene anche il lupus”. Sicuramente, “i pazienti con sclerosi multipla o lupus possono avere carichi Ebv più elevati e profili distinti di risposta immunitaria al virus, anche se non si sa se è la malattia immunitaria che predispone all’Ebv o il contrario”, ha spiegato.

Mentre Marco Salvetti, della Sapienza di Roma, ha commentato dicendo che “questo lavoro rappresenta uno dei progressi più rilevanti nella nostra comprensione di come le interazioni gene-ambiente causino malattie multifattoriali”.

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DiGiacomo Trapani

Osteoporosi, la risposta ai farmaci non cambia se si è diabetici

 

La risposta al trattamento con farmaci destinati alla terapia dell’osteoporosi (OP), in termini di incremento della BMD e di riduzione del rischio di fratture vertebrali, non sembra essere condizionata dalla comorbilità diabetica.
Lo dimostrano i risultati di una rassegna sistematica della letteratura sull’argomento, recentemente pubblicata sulla rivista Endocrine.

Razionale dello studio
Sia il diabete tipo 1 (T1D) che il diabete tipo 2 (T2D) sono stati associati a fragilità ossea e incremento del rischi o di frattura, si legge nell’introduzione al lavoro.Tuttavia, si sa ancora poco sull’effetto dei farmaci anti-OP sulla BMD e/o il rischio fratturativo in questi pazienti.

Di qui la nuova rassegna sistematica della letteratura che si è proposta di valutare l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti diabetici rispetto ai pazienti non diabetici, al fine di sondare l’esistenza di eventuali differenze.

Disegno dello studio
La ricerca sistematica della letteratura, effettuata sui principali database bibliografici biomedici, ha portato all’identificazione di 9 studi osservazionali, retrospettivi e prospettici e di trial clinici randomizzati che hanno studiato l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti con diabete tipo 1 e 2 rispetto a pazienti non diabetici.

Inoltre, i ricercatori hanno studiato il loro effetto sulla BMD e i marker di turnover osseo. Gli studi analizzati nella review, pubblicati tra il 2004 e il 2016, sono stati condotti in Giappone, USA, UK, Romania e Danimarca. Due di questi erano multicentrici.

Risultati principali
Quando sono stati presi in considerazione i marker di formazione ossea in entrambi i gruppi, non sono state osservate differenze in termini di entità di riduzione.

Incrementi di BMD di pari entità sono stati rilevati a livello della colonna lombare di donne in postmenopausa diabetiche (T2D) e non (n=35 per entrambi i gruppi), insieme all’assenza di differenze densitometriche a livello del collo femorale dopo un anno di trattamento.

Il trattamento con alendronato ha mostrato risultati simili, con incrementi della BMD osservati indipendentemente dalla presenza o meno di T2D.

In uno studio condotto con risedronato, la BMD della colonna lombare è aumentata del 5,52% rispetto al basale dopo 12 mesi di trattamento indipendentemente dalla presenza di T2D (n=53) o dalla sua assenza (n=832).

Le pazienti osteoporotiche trattate con teriparatide, inoltre, hanno dimostrato incrementi simili della BMD a livello della colonna lombare e dell’anca in toto, indipendentemente o meno dalla presenza di diabete. E’ stato documentato in questo caso, tuttavia, un incremento maggiore della BMD a livello del collo femorale in soggetti con T2D rispetto agli altri.

Il rischio di frattura vertebrale (p=0,85), di femore (p=0,77) e all’avambraccio (p=0,11) negli individui esposti ad alendronato con T1D e T2D (n=2.054) è risultato simile a quello osservato nei non diabetici (n=55.036) e nessuna differenza è stata osservata in relazione al tipo di diabete.

Quanto al raloxifene, il trattamento con questo farmaco si è rivelato più efficace nel ridurre il rischio di frattura vertebrale dopo 36 mesi di trattamento in pazienti con T2D (n=124) rispetto ai non diabetici (n=4.412), quando entrambi i gruppi erano confrontati con placebo (p=0,04).

Gli individui con T2D del gruppo placebo sono risultati, inoltre, a maggior rischio di frattura vertebrale rispetto a quelli trattati con raloxifene (odds ratio [OR] = 2,17; IC95%= 0,93-5,06; P =0,07).  Quando ad altri due studi dei 9 recensiti, non sono state rilevate differenze relative al potenziale anti-frattura di raloxifene,  indipendentemente dalla presenza o meno di diabete.

Riassumendo
In conclusione, i ricercatori hanno osservato come la presenza di diabete a livello individuale non influenzi negativamente il potenziale anti-frattura di raloxifene, teriparatide o dei BSF (alendronato e risedronato).

Il rischio di frattura vertebrale in pazienti con OP è simile, indipendentemente dalla presenza o meno di diabete, per cui i clinici dovrebbero trattare i pazienti con OP allo stesso modo, indipendentemente o meno dalla presenza della condizione diabetica.

Bibliografia
Anagnostis P, Paschou SA, Gkekas NN, et al. Efficacy of anti-osteoporotic medications in patients with type 1 and 2 diabetes mellitus: a systematic review [published online February 6, 2018]. Endocrine. doi:10.1007/s12020-018-1548-x

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DiGiacomo Trapani

#Diabete: Le insuline Biosimilari

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Le insuline biosimilari

Il biosimilare e il suo prodotto di riferimento, essendo ottenuti mediante processi produttivi inevitabilmente differenti, non possono essere identici, ma devono essere simili in termini di qualità, efficacia e sicurezza.

Biosimilari: domande frequenti

Perché le persone con diabete di tipo 1 dovrebbero essere interessate ai biosimilari?

Versioni “biosimilari” di diversi tipi di insulina sono oggi disponibili, per approfondimenti chiedi sempre al tuo team diabetologico.

Cosa significa questo per il mio trattamento?

Significa che il tuo medico ha più tipi di insulina per poter prescrivere, Tu o il tuo medico potreste pensare che sia una buona idea provare una nuova insulina biosimilare. I medici dovrebbero sempre prescrivere insuline con il loro marchio per garantire che venga somministrata l’insulina corretta – i biosimilari non fanno eccezione. Non dovrebbero esserci differenze clinicamente significative tra l’insulina originale e il suo biosimilare. Come con qualsiasi cambiamento nel regime di trattamento, dovrebbe essere qualcosa da concordare insieme al tuo team diabetologico, e dovrete prestare particolare attenzione ai livelli di glucosio per alcune settimane per assicurarvi che il cambiamento non stia disturbando il controllo glicemico . Se si manifesta qualche difficoltà nell’uso della nuova insulina, il medico può riportare la prescrizione all’insulina usuale.

In virtù delle differenze che si riscontrano nei processi produttivi, biosimilare non è sinonimo di bioequivalente Pertanto, la sostituzione automatica, che potrebbe essere applicata ai generici, non può essere estesa anche ai biosimilari. Come per la prescrizione, anche la sostituzione di un prodotto biologico/biotecnologico con un altro deve essere autorizzata dal medico.


Notizie tecniche:

In Italia, la posizione dell’AIFA chiarisce che i medicinali biologici e biosimilari sono simili, ma non identici, pertanto vanno esclusi dalla sostituibilità terapeutica automatica. l’AIFA, infatti, ha deciso di non includere i medicinali biosimilari nelle liste di trasparenza che consentono la sostituibilità automatica tra prodotti equivalenti. • La scelta di trattare un paziente con un farmaco biologico originator o con un biosimilare rimane una decisione clinica affidata al medico specialista. In particolare, l’AIFA considera i biosimilari un’opzione terapeutica da preferire nei pazienti “naive” qualora costituiscano un vantaggio economico. • Tale parere è stato confermato nel successivo Position Paper dell’AIFA “Farmaci Biosimilari. Riapertura della consultazione pubblica” (06/03/2014), che sottolinea la possibilità e la procedura da seguire in caso si voglia chiedere parere alla Commissione Tecnico Consultiva dell’AIFA sull’equivalenza terapeutica tra biologici e corrispondenti biosimilari o tra biologici e biosimilari con principi attivi differenti.

DiGiacomo Trapani

Diabete: monitoraggio in continuo del glucosio per migliorare la qualità di vita

Diabete: monitoraggio in continuo (CGM) del glucosio per migliorare la qualità di vita delle persone con diabete DM1

Fa guadagnare mesi di vita in buona salute ai pazienti con diabete di tipo 1 rispetto al controllo glicemico capillare

Il  monitoraggio in continuo del glucosio – (CGM) contribuisce a miglioramenti significativi della qualità di vita specifica per la persona con diabete di tipo 1 in terapia multiiniettiva (QOL) misurate tra gli adulti (DM1), secondo uno studio pubblicato online il 7 aprile in Diabetes Care dal Dott.William H. Polonsky, presso l’Università di California, San Diego. Insieme al suo team, ha valutato la qualità dei dati di vita per i 158 pazienti che partecipano alla sperimentazione DIAMOND randomizzata per valutare l’uso del CGM contro l’auto-monitoraggio della glicemia (SMBG) negli adulti con un diabete tipo 1 instabile.

L’uso dei dispositivi che monitorano in continuo il livello di glucosio nel sangue con un sensore fa guadagnare mesi di vita in buona salute ai pazienti con diabete di tipo 1 rispetto alle ‘strisce’ che si utilizzano normalmente per misurarlo alcune volte durante la giornata. Lo studio ha dimostrato inoltre che il costo maggiore del sistema CGM viene ammortizzato dalle minori spese per le complicazioni della malattia.

I ricercatori hanno potuto osservare che, sui 158 pazienti, metà dei quali monitorava il glucosio in continuo mentre gli altri usavano il metodo tradizionale, nel primo gruppo è evidente un miglioramento del controllo del glucosio e una riduzione degli episodi di ipoglicemia. Il costo dell’assistenza per chi monitorava in continuo è risultato di circa 11mila dollari contro poco più di 7200 per gli altri.

Sulla base di quanto emerso dal test è stato elaborato un algoritmo che valuta costi e benefici del dispositivo se usato per tutta la vita da un paziente adulto. “Se si guarda a tutta la vita di un paziente il miglioramento è impressionante – afferma Elbert Huang, l’autore principale -. Anche se c’è un costo aggiuntivo la somma è compensata dal minore rischio di complicazioni”.

Dall’analisi è emerso che il monitoraggio in continuo aggiunge in media sei mesi in buona salute per ogni paziente.

“Da questa analisi – conclude Huang – il monitoraggio in continuo sembra una tecnologia di grande valore, che non ha controindicazioni e fa vivere meglio i pazienti”.

DiGiacomo Trapani

Diabete: Il trapianto di isole pancreatiche può cambiare la vita

 

 

I risultati di un trial clinico su 48 pazienti sono incoraggianti

La qualità di vita delle persone con diabete 1 migliora notevolmente dopo il trapianto di isole pancreatiche. È quanto dimostra uno studio pubblicato su Diabetes Care che riporta i risultati di un trial clinico di fase 3 finanziato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) e dal National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (Nidkk), entrambi appartenenti ai National Institutes of Health.

Il trial ha coinvolto 48 pazienti con diabete di tipo 1 in 8 strutture americane con ripetuti e gravi episodi di ipoglicemia nonostante seguissero una terapia insulinica. I ricercatori hanno seguito un protocollo approvato dall’Fda per purificare le isole pancreatiche provenienti da donatori deceduti.

«Nonostante la terapia insulinica sia un salva-vita – ha dichiarato il direttore del Niaid Anthony S. Fauci – il diabete 1 resta una patologia estramemente difficile da gestire. Per le persone che non riescono ad avere un controllo sicuro della patologia nonostante la terapia medica ottimale, il trapianto di isole pancreatiche offre la speranza di migliorare non solo la salute fisica ma anche la qualità di vita in generale».

Dopo l’intervento, i pazienti si sono liberati degli episodi di ipoglicemia e della paura collegata a questi. Sono soddisfatti dei risultati anche coloro che devono continuare la terapia insulinica

Le isole  pancreatiche  rilasciano l’insulina che aiuta a controllare i livelli di glucosio nel sangue. Nel diabete 1, che è una malattia autoimmune, il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule che producono insulina nelle isole pancreatiche.

La terapia insulinica a cui sono costretti i pazienti con diabete 1 non è in grado di controllare il livello di glucosio nel sangue come avviene in modo naturale con le cellule del pancreas. Anche il monitoraggio più diligente non riesce a impedire le anomalie nel livello di glicemia. I sintomi dell’ipoglicemia, sudore, tremore, nausea e palpitazioni, non sono sempre avvertiti in modo chiaro dai pazienti. La mancata consapevolezza del calo glicemico espone i diabetici a rischiosi episodi di ipoglecemia che impediscono ai pazienti di correre ai ripari e mettono in pericolo la loro vita.

«Le persone con diabete 1 che sono a maggiore rischio di episodi di ipoglicemia devono prestare attenzione in ogni momento anche quando dormono – ha dichiarato Griffin P. Rodgers direttore del Nidkk – È una condizione estenuante che esattamente come gli episodi stessi di ipoglicemia gli impedisce di vivere una vita piena. Nonostante il trapianto di isole pancreatiche sia ancora sperimentale, siamo molto incoraggiati dai risultati dello studio».

Tutti i partecipanti al trial sono stati sottoposti ad almeno un trapianto di isole pancreatiche. Un anno dopo il primo trapianto 42 pazienti (88%) si erano liberati degli episodi di ipoglicemia riuscendo a tenere sotto controllo il glucosio nel sangue. Inoltre, erano in grado di accorgersi del calo glicemico.

Circa metà dei pazienti ha dovuto comunque continuare a prendere l’insulina per controllare i livelli di glucosio nel sangue perché l’attività delle nuove cellule pancreatiche ricevute non era sufficiente a garantire il rilascio ideale di insulina. Tutti i pazienti sottoposti al trapianto hanno dovuto assumere quotidianamente un immunosoppressore per prevenire il rigetto. Nonostante questo impegno, i pazienti hanno dichiarato di avere ottenuto un miglioramento nella qualità di vita. E valeva lo stesso per chi comunque non poteva rinunciare all’insulina.

I ricercatori sono convinti che essere riusciti a eliminare gli episodi di ipoglicemia e la paura legata che li accompagna abbia superato di gran lunga il fastidio delle iniezioni di insulina.

Il trapianto di isole pancreatiche non è indicato per pazienti con diabete 1 che riescono a gestire bene i livelli di glicemia perché comporta alcuni rischi dovuti all’intervento, come emorragie, o agli effetti collaterali degli immunosoppressori come problemi ai reni e maggiore predisposizione alle infezioni.

fonte

 

DiGiacomo Trapani

Diabetes reality contest vince Innohack una aiuto ai Diabetici nel vissuto quotidiano

Gestione delle malattie croniche: Diabetes reality contest vince Innohack

Premiata la migliore idea della gara promossa da Boehringer Ingelheim e Sda Bocconi. Il team vincitore (15 mila euro e un percorso di incubazione) ha ideato una competizione che segue la giornata tipo di un gruppo di pazienti diabetici per spingerli a sperimentare strategie che aiutino ad affrontare con più efficacia la terapia

È Diabetes reality contest il progetto che ha vinto Innohack, un concorso promosso da Boheringer Ingelheim e Sda Bocconi per trasformare in realtà le idee innovative per la gestione delle malattie croniche. Diabetes reality contest si concentra sulle persone affette da diabete e sulle loro problematiche quotidiane, come l’assistenza medica, l’alimentazione e gli stili di vita. Il progetto è una specie di competizione che segue la giornata tipo di un gruppo di pazienti diabetici. Il progetto mira a far “sfidare” i pazienti per spingerli a sperimentare strategie che aiutino ad affrontare con più efficacia la terapia. E che allo stesso tempo migliorino la qualità della vita.

Il gradimento dei pazienti

In fase di sperimentazione, più dell’80% dei pazienti intervistati ha dichiarato che seguirebbe certamente il programma. E la metà ha affermato che vi prenderebbe parte in prima persona. Il progetto vincitore, ha ricevuto 15 mila euro ed entrerà a breve in un programma di fattibilità e incubazione da parte di Boehringer Ingelheim.

La selezione

L’idea è stata scelta nell’ambito di una selezione che ha visto 7 gruppi in gara con altrettanti progetti (selezionati tra 20 proposte). In totale, i partecipanti erano 41. I progetti innovativi sono stati presentati il 17 marzo presso la sede di Sda Bocconi dopo una fase di validazione attraverso ricerche qualitative e sperimentazioni sul campo.

La giuria

A decretare il vincitore sono stati il comitato scientifico dell’iniziativa, composto da tre esperti Boehringer Ingelheim, un docente Sda Bocconi e un consulente Deloitte. I criteri di valutazione hanno tenuto conto dell’idea (l’innovatività, la coerenza e l’obiettivo da raggiungere), del progetto (efficacia rispetto al problema, varietà di stakeholder coinvolti etc.) e della presentazione (requisiti formali, chiarezza e completezza espositiva).

La metodologia per supportare progetti innovativi sulla gestione delle malattie croniche

La metodologia Innohack è stata sviluppata dalla Sda Bocconi School of management. E il concorso è nato nel dicembre 2017 in collaborazione con Boehringer Ingelheim. “In Boehringer Ingelheim abbiamo intrapreso un percorso fondato su un approccio value based”, ha dichiarato Sabine Greulich, presidente di Boehringer Ingelheim Italia. “Miriamo a promuovere e supportare lo sviluppo di un sistema sanitario migliore e sostenibile. Crediamo che il valore emerga attraverso l’innovazione e che qualsiasi progresso sia possibile se basato sulla cooperazione. I nostri principi-guida sono: mettere il paziente al centro, ascoltare gli stakeholder per allineare la nostra offerta alle loro esigenze e investire nella diversità, esplorando e integrando le prospettive dei nostri interlocutori. Il progetto Innohack ingloba tutti questi principi. E ringraziamo i partecipanti per tutti i progetti presentati, attraverso cui potremo creare valore insieme per i pazienti e per il sistema sanitario nel suo complesso”.

Fonte:

 

 

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