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DiGiacomo Trapani

Diabete di tipo 1, il fabbisogno di insulina cresce all’aumentare del numero di gravidanze

Il fabbisogno di insulina aumenta con la parità, definita come il “numero di nati vivi”, nelle donne in gravidanza con diabete di tipo 1, secondo quanto riportato da un team di ricercatori danesi, e il risultato potrebbe aiutare i medici a gestire i dosaggi di insulina nelle gestanti.
E’ quanto emerge dai risultati di uno studio pubblicato sul The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Durante la gravidanza normale, la sensibilità periferica all’insulina diminuisce a causa dell’innalzamento dei livelli degli ormoni placentari diabetogeni. Alcuni studi hanno mostrato un aumento dell’incidenza del diabete di tipo 2 con l’aumento del numero di gravidanze, mentre altri non hanno trovato alcuna associazione. È chiaro, tuttavia, che la progressione del fabbisogno di insulina durante la gravidanza varia considerevolmente tra le donne.

«Siamo stati incuriositi dalla scoperta di una correlazione così forte tra aumento delle nascite e fabbisogno di insulina», ha detto il dott. Gitte Skajaa dell’Aarhus University Hospital, Aarhus, Danimarca. «Correlazione che era ancora evidente anche dopo aver aggiustato i possibili fattori confondenti (IBMI pre-gravidanza, HbA1c pre-gravidanza gravidanza, età e durata del diabete di tipo 1)».

Lo studio osservazionale danese
Durante la gravidanza in donne con diabete di tipo 1 è fondamentale uno stretto controllo glicemico, e la conoscenza dei fattori che influenzano la sensibilità all’insulina potrebbe migliorare l’esito della gestazione, sia per la madre che per la prole.
Partendo da queste premesse, i ricercatori hanno voluto valutare il fabbisogno di insulina in queste pazienti e verificare se la parità ne influenzasse il fabbisogno.

Hanno condotto uno studio osservazionale su donne con diabete di tipo 1 che hanno partorito all’Aarhus University Hospital dal 2004 al 2014.
Come risultato dell’analisi di 536 gravidanze in 380 donne con diabete di tipo 1, è emerso che complessivamente il fabbisogno di insulina è diminuito del 4% rispetto ai valori basali dopo 11-16 settimane di gravidanza, ed è aumentato del 70% alle settimane 33-36. E al termine della gestazione era del 66% più alto rispetto a prima della gravidanza.

Il fabbisogno giornaliero di insulina per l’intera gravidanza è aumentato in modo paritario, secondo gli autori. Dopo alcuni aggiustamenti per altre variabili importanti, è infatti risultato del 13% più alto durante la seconda gravidanza, del 20% più alto durante la terza gravidanza e del 36% più alto nelle gravidanze successive rispetto alla prima (p<0,0005 per tutti).

Una migliore gestione dei dosaggi di insulina
«In qualità del più grande studio del suo genere, il nostro è in grado di fornire alcune stime preziose e precise sul decorso del fabbisogno di insulina per tutte le gravidanze in pazienti con diabete di tipo 1», ha detto Skajaa. «Questo potrebbe aiutare i medici nel gestire i dosaggi di insulina in queste pazienti, indipendentemente dal numero di gravidanze che hanno avuto, e al contempo fornire alle donne informazioni utili su cosa aspettarsi durante la gestazione».

«Dovremmo tenere a mente che una donna incinta che ha già 2 o 3 bambini potrebbe aver bisogno di più insulina di quanto il suo medico potrebbe aspettarsi, – solo a causa della sua parità», ha detto. «Questa è anche una preziosa informazione per la donna all’inizio della gravidanza, quando si chiede cosa può aspettarsi nell’attuale gravidanza rispetto a quelle precedenti».

Il dott. Silver Bahendeka, esperto di diabete presso il St. Francis Hospital, a Kampala, Uganda, ha commentato che «la cura del paziente deve essere sempre personalizzata e le esigenze cambiano in funzione degli stati fisiologici».

«Sono necessari ulteriori studi in altre condizioni che influenzano il diabete di tipo 1 in modo da comprenderlo meglio e migliorare l’esito della gestione», ha aggiunto.

Bibliografia

Skajaa G et al. Parity increases insulin requirements in pregnant women with type 1 diabetes. The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, jc.2018-00094

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DiGiacomo Trapani

Ricerca:Trovate le cause genetiche che collegano il virus della mononucleosi e alcune malattie autoimmuni

Grazie a un algoritmo, sono state evidenziate le somiglianze tra il fattore di trascrizione del virus e i loci genetici del rischio di malattie come sclerosi multipla e lupus. Lo studio su Nature Genetics, “rappresenta uno dei progressi più rilevanti nella nostra comprensione di come le interazioni gene-ambiente causino malattie multifattoriali”, commenta Marco Salvetti della Sapienza di Roma

Il fattore di trascrizione del virus di Epstein-Barr (Ebv) Ebna2 mostrerebbe associazioni significative con il rischio genetico dei loci coinvolti in almeno sette malattie autoimmuni. È quanto ha riferito un gruppo di ricercatori, guidato da John Harley dell’Università di Cincinnati, in Ohio, che ha pubblicato una ricerca su Nature Genetics.

La ricerca
Il team ha sviluppato un algoritmo, il Regulatory Element Locus Intersection (Reli) e lo ha usato per identificare associazioni tra centinaia di fattori di trascrizione e numerosi fenotipi complessi. Dopo aver verificato che il sistema funziona, i ricercatori hanno quindi evidenziato che la proteina Ebna2, codificata da dal virus Ebv, si interseca in modo significativo con i loci di rischio della sclerosi multipla e del lupus eritematoso sistemico (Les). Ulteriori analisi hanno quindi rivelato un’associazione particolarmente forte tra Ebna2 e altre cinque malattie, tra cui artrite reumatoide, malattia infiammatoria intestinale, diabete di tipo 1, artrite idiopatica giovanile e celiachia. Mentre associazioni più deboli sarebbero state identificate tra Ebna2 e leucemia linfatica cronica, malattia di Kawasaki, colite ulcerosa e glicosilazione delle immunoglobuline.

“Forse abbiamo trovato un modo per rivelare meccanismi sconosciuti della malattia, alcuni dei quali potrebbero essere obiettivi terapeutici” ha dichiarato Harley. Questi risultati contribuiscono alla prova che il virus Epstein-Barr è la causa di lupus, sclerosi multipla, artrite reumatoide e forse altre malattie infiammatorie per molti pazienti – ha dichiarato Harley – Forse il nostro lavoro aumenterà l’interesse per lo sviluppo di un vaccino efficace che prevenga l’infezione”, ha concluso.

I commenti
Secondo Paul Farrell, dell’Imperial College di Londra, “la risposta se il virus Ebv sia la causa o la conseguenza del lupus si potrà avere solo dopo aver sviluppato un vaccino. Nel caso in cui funzioni, si potrà provare se la terapia mirata previene anche il lupus”. Sicuramente, “i pazienti con sclerosi multipla o lupus possono avere carichi Ebv più elevati e profili distinti di risposta immunitaria al virus, anche se non si sa se è la malattia immunitaria che predispone all’Ebv o il contrario”, ha spiegato.

Mentre Marco Salvetti, della Sapienza di Roma, ha commentato dicendo che “questo lavoro rappresenta uno dei progressi più rilevanti nella nostra comprensione di come le interazioni gene-ambiente causino malattie multifattoriali”.

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DiGiacomo Trapani

Osteoporosi, la risposta ai farmaci non cambia se si è diabetici

 

La risposta al trattamento con farmaci destinati alla terapia dell’osteoporosi (OP), in termini di incremento della BMD e di riduzione del rischio di fratture vertebrali, non sembra essere condizionata dalla comorbilità diabetica.
Lo dimostrano i risultati di una rassegna sistematica della letteratura sull’argomento, recentemente pubblicata sulla rivista Endocrine.

Razionale dello studio
Sia il diabete tipo 1 (T1D) che il diabete tipo 2 (T2D) sono stati associati a fragilità ossea e incremento del rischi o di frattura, si legge nell’introduzione al lavoro.Tuttavia, si sa ancora poco sull’effetto dei farmaci anti-OP sulla BMD e/o il rischio fratturativo in questi pazienti.

Di qui la nuova rassegna sistematica della letteratura che si è proposta di valutare l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti diabetici rispetto ai pazienti non diabetici, al fine di sondare l’esistenza di eventuali differenze.

Disegno dello studio
La ricerca sistematica della letteratura, effettuata sui principali database bibliografici biomedici, ha portato all’identificazione di 9 studi osservazionali, retrospettivi e prospettici e di trial clinici randomizzati che hanno studiato l’efficacia dei farmaci anti-OP in pazienti con diabete tipo 1 e 2 rispetto a pazienti non diabetici.

Inoltre, i ricercatori hanno studiato il loro effetto sulla BMD e i marker di turnover osseo. Gli studi analizzati nella review, pubblicati tra il 2004 e il 2016, sono stati condotti in Giappone, USA, UK, Romania e Danimarca. Due di questi erano multicentrici.

Risultati principali
Quando sono stati presi in considerazione i marker di formazione ossea in entrambi i gruppi, non sono state osservate differenze in termini di entità di riduzione.

Incrementi di BMD di pari entità sono stati rilevati a livello della colonna lombare di donne in postmenopausa diabetiche (T2D) e non (n=35 per entrambi i gruppi), insieme all’assenza di differenze densitometriche a livello del collo femorale dopo un anno di trattamento.

Il trattamento con alendronato ha mostrato risultati simili, con incrementi della BMD osservati indipendentemente dalla presenza o meno di T2D.

In uno studio condotto con risedronato, la BMD della colonna lombare è aumentata del 5,52% rispetto al basale dopo 12 mesi di trattamento indipendentemente dalla presenza di T2D (n=53) o dalla sua assenza (n=832).

Le pazienti osteoporotiche trattate con teriparatide, inoltre, hanno dimostrato incrementi simili della BMD a livello della colonna lombare e dell’anca in toto, indipendentemente o meno dalla presenza di diabete. E’ stato documentato in questo caso, tuttavia, un incremento maggiore della BMD a livello del collo femorale in soggetti con T2D rispetto agli altri.

Il rischio di frattura vertebrale (p=0,85), di femore (p=0,77) e all’avambraccio (p=0,11) negli individui esposti ad alendronato con T1D e T2D (n=2.054) è risultato simile a quello osservato nei non diabetici (n=55.036) e nessuna differenza è stata osservata in relazione al tipo di diabete.

Quanto al raloxifene, il trattamento con questo farmaco si è rivelato più efficace nel ridurre il rischio di frattura vertebrale dopo 36 mesi di trattamento in pazienti con T2D (n=124) rispetto ai non diabetici (n=4.412), quando entrambi i gruppi erano confrontati con placebo (p=0,04).

Gli individui con T2D del gruppo placebo sono risultati, inoltre, a maggior rischio di frattura vertebrale rispetto a quelli trattati con raloxifene (odds ratio [OR] = 2,17; IC95%= 0,93-5,06; P =0,07).  Quando ad altri due studi dei 9 recensiti, non sono state rilevate differenze relative al potenziale anti-frattura di raloxifene,  indipendentemente dalla presenza o meno di diabete.

Riassumendo
In conclusione, i ricercatori hanno osservato come la presenza di diabete a livello individuale non influenzi negativamente il potenziale anti-frattura di raloxifene, teriparatide o dei BSF (alendronato e risedronato).

Il rischio di frattura vertebrale in pazienti con OP è simile, indipendentemente dalla presenza o meno di diabete, per cui i clinici dovrebbero trattare i pazienti con OP allo stesso modo, indipendentemente o meno dalla presenza della condizione diabetica.

Bibliografia
Anagnostis P, Paschou SA, Gkekas NN, et al. Efficacy of anti-osteoporotic medications in patients with type 1 and 2 diabetes mellitus: a systematic review [published online February 6, 2018]. Endocrine. doi:10.1007/s12020-018-1548-x

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DiGiacomo Trapani

Anche il diabete di tipo 1 più frequente nelle zone con molti fast food.

Le aree vicine ai fast food sono dei punti caldi per il diabete di tipo 1, zone in cui la frequenza della malattia sembra aumentare. Così suggerisce oggi uno studio pubblicato su Journal of Endocrine Society che ha incrociato i dati di prevalenza del diabete nella città di New York con quelli di distribuzione dei fast food, scoprendo una curiosa correlazione.

Il diabete non è una sola malattia. Classicamente se ne distinguono (almeno) due tipi: quello di tipo 1, anche detto giovanile, e quello di tipo 2, anche noto come diabete alimentare. Malattie accumunate da elevati livelli di glucosio nel sangue, ma con cause diverse. A scatenare il primo è una reazione autoimmune, in cui il sistema immunitario indirizza il proprio attacco contro il pancreas, distruggendo le cellule che producono l’insulina, l’ormone che permette l’assorbimento del glucosio e il suo utilizzo per la produzione di energia. Il diabete di tipo 2 invece è caratterizzato da un’insufficiente produzione di insulina e da insulino-resistenza, ovvero dall’incapacità delle cellule di rispondere a dovere all’ormone.

Manifestazioni simili con cause diverse, si è sempre creduto: “Tradizionalmente, abbiamo associato il diabete di tipo 1 con la genetica e il diabete di tipo 2 con l’obesità“, ha aggiunto David C. Leedella New York University School of Medicine in New York, tra gli autori del paper. Ma il quadro potrebbe essere più complicato di quanto creduto, e l’influenza dell’ambiente nel diabete di tipo 1 essere maggiore di quanto stimato, così come maggiore potrebbe essere quella della genetica nel diabete di tipo 2, continua Lee.

Questo almeno sembrano suggerire i dati dello studio retrospettivo effettuato dagli scienziati, che hanno incrociato i dati sulla prevalenza del diabete tra adulti e bambini con quelli di richieste di soccorso registrate tra il 2009 e il 2013 a New York per residenti con diabete (tipo 1 e 2, di cui erano noti anche gli indirizzi delle abitazioni) e con la prevalenza di ristoranti e piccoli negozi alimentari. Lo scopo, spiegano i ricercatori nel paper, era quello di identificare eventuali hotspot della malattia, cercare cioè associazioni tra stato di salute e ambiente, nel particolare cercando di portare alla luce, se esistenti, differenze nella prevalenza dei diversi tipi di diabete per l’area analizzata.

L’analisi così condotta ha mostrato che la prevalenza di diabete era maggiore soprattutto in prossimità delle cosiddette paludi alimentari (food swamps, aree ad alta densità di fast food e junk food), con l’eccezione dei bambini con forme di diabete alimentare, concentrate invece in aree ad alta prevalenza di neri. Questo, secondo i ricercatori potrebbe trovare spiegazioni ammettendo un ruolo della genetica nel caso di diabete di tipo 2. I ricercatori hanno anche osservato come mediamente il tipo 1 fosse associato con redditi più elevati rispetto al tipo 2, associato a redditi più bassi.

Si tratta di dati preliminari e la cui forza – e significato – hanno bisogno di essere confermati e approfonditi, ma che suggeriscono come sia necessario continuare ad indagare sulle cause ultime del diabete in tutte le sue forme e capire come e perché in alcuni casi, e zone, sia più frequente che altrove.

Riferimenti: Journal of Endocrine Society

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